Il tempo dei cani, la musica di una gatta
Ci sono vite che si misurano in anni e vite che si misurano in passi fedeli, quattro zampe alla volta. Per Niki è sempre stato così. Fin da bambino, il mondo ha avuto il profumo del pelo pulito dopo la pioggia e il suono del respiro leggero di un cane addormentato accanto al letto.
Tutto era iniziato lungo l’erta strada che portava alla scuola, in cima alla collina. Quella mattina il cielo era freddo, il silenzio della salita assoluto. Niki camminava da solo quando, dal nulla, era apparso lui: un pastore belga dal pelo nero corvino, profondo come la notte, interrotto solo da qualche sfumatura marrone sul muso. Un cane fiero, bellissimo, che sembrava spuntato da una favola antica.
Niki si era fermato, aveva aperto lo zaino e tirato fuori il panino per la ricreazione. Davanti agli occhi attenti del cane, lo aveva spezzato in due. Un gesto semplice, una divisione equa: metà a me, metà a te.
Il cane accettò il patto. Da quel momento, decisero che si sarebbe chiamato Full.
Full lo seguì fin dentro la scuola, fin su per le rampe delle scale, convinto che quel bambino fosse ormai la sua missione. Fu allora che la bidella, trovandosi davanti quel maestoso “lupo nero”, cacciò un urlo da palcoscenico e scagliò la scopa. Full, con l’agilità che lo contraddistingueva, la schivò con un balzo felino; la scopa finì dritta contro la vetrata del corridoio, mandandola in frantumi in un fragore di mille pezzi. Nella confusione, Full scappò, ma il patto del panino non si era infranto. Quando la campanella dell’ultima ora suonò e Niki uscì dal portone, Full era lì, seduto sul marciapiede ad aspettarlo. Lo accompagnò fino a casa, e da quel giorno entrò a far parte della famiglia per non lasciarla mai più.
La vita con Full fu intensa, felice, interrotta solo da quel velo di tristezza che avvolge gli addii inevitabili. Quando Full si ammalò gravemente, tormentato da crisi epilettiche che non gli davano pace, la scelta più dolorosa divenne l’unico atto d’amore possibile, lasciando un vuoto immenso ma anche una certezza: Niki non avrebbe mai più camminato solo.
Gli anni passarono, la vita crebbe. Arrivò il matrimonio, una nuova casa e un nuovo compagno di viaggio: un boxer giocherellone e protettivo. Poi, come accade a tutti, il tempo impose il suo ritmo anche a Niki. L’ultimo della dinastia fu Gullit, un bellissimo meticcio tricolore di taglia piccola. Gullit fu un compagno straordinario, forte e longevo, capace di attraversare le stagioni della vita di Niki fino a quando quest’ultimo non compì sessant’anni.
Quando anche Gullit se ne andò, il dolore fu diverso. Aveva il peso degli anni condivisi e la stanchezza di chi ha amato tanto e teme di non avere più abbastanza spazio nel cuore per ricominciare. “Basta cani”, si era detto Niki. E per qualche anno il silenzio della casa era rimasto intatto.
Ma il destino, si sa, non ama i silenzi troppo lunghi. Trova sempre il modo di infilarsi nelle fessure della nostra vita, magari seguendo le note di una melodia.
Da qualche tempo, Niki ha ripreso a suonare il suo pianoforte elettrico. Le note scivolano fuori dalla finestra, vibrano nell’aria del pomeriggio. E proprio quella musica ha attirato una visitatrice inaspettata: una micia grigia, tigrata, dagli occhi curiosi. All’inizio si è avvicinata con cautela, attratta dai suoni, poi è entrata.
Non chiede cibo – probabilmente ha già una casa, un padrone o una padrona che la accudiscono –, chiede semplicemente coccole. Cerca le mani di Niki, si accoccola vicino ai tasti, fa le fusa a tempo di musica. Va e viene quando vuole, libera come solo i gatti sanno essere.
Eppure, quelle visite improvvise, fatte di silenzi condivisi e sfioramenti leggeri, riescono a fare una magia: rendono Niki estremamente felice. Perché forse il tempo dei cani è passato, ma la musica della vita, quella non smette mai di suonare.

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