L’Algoritmo del Silenzio


L’Algoritmo del Silenzio

Jeff guardava fuori dalla finestra, dove il cielo sopra Pesaro si tingeva di un grigio metallico, lo stesso colore delle saldature fatte male. Sul tavolo, la vecchia laurea dell’Università di Bologna era sepolta sotto un ammasso di spartiti scarabocchiati e fogli di calcolo incompleti.

Cinque anni passati a studiare sistemi complessi per poi scoprire che il sistema più difficile da calibrare era se stesso. Jeff non era stupido; era, semplicemente, fuori frequenza. In ufficio, il rumore dei colleghi — quel chiacchiericcio costante fatto di ambizioni e battute di spirito — arrivava a lui come un’interferenza statica insopportabile. Ogni tentativo di inserimento era stato un corto circuito. Dopo l’ennesimo licenziamento, la parola “precario” aveva smesso di essere una condizione lavorativa ed era diventata il suo nome di battesimo.

Poi c’era Linda. Linda, che profumava di gelsomino e pazienza. Lo aveva amato per la sua capacità di vedere la bellezza nelle strutture invisibili del mondo, ma non poteva vivere in una casa dove il silenzio pesava più dei mobili. Quando Linda se ne andò, portando con sé Tommy — che allora aveva solo due anni e manine che cercavano i tasti del pianoforte senza mai trovarli — Jeff non cercò di fermarla. Non perché non la amasse, ma perché la sua mente stava calcolando la logica del fallimento: un uomo che non sa stare con se stesso, come può pretendere che altri stiano con lui?

Oggi, Jeff sopravvive scrivendo. Scrive storie che sembrano progetti tecnici e suona canzoni che sono algoritmi di solitudine. Si siede al piano ogni sera. Le sue dita sono incerte, la tecnica è quella di un dilettante che inciampa sulle scale cromatiche, ma la melodia… la melodia è un’altra cosa. È una creazione pura, un grido che non ha bisogno di essere perfetto per essere vero.

Non è un grande esecutore. Le sue mani tremano leggermente quando prova a forzare il ritmo, ma nei momenti in cui chiude gli occhi, Jeff non è più l’ingegnere fallito o il padre assente. È un architetto di sogni precari.

Mentre preme un tasto minore, immagina Tommy che cresce altrove, lontano dal suo disordine. Si chiede se il bambino abbia ereditato la sua stessa sensibilità o se, fortunatamente, sarà capace di socializzare con il mondo senza sentirne il peso. Jeff sa di aver perso tutto ciò che era solido, ma in quella mediocrità dorata della sua musica, trova l’unico spazio dove il suo isolamento non è una colpa, ma una composizione ancora da finire.


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Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Via Pasolini, sn

Via Pasolini, sn

Ove è sordo l’orecchio
e la moltitudine non sente
il fragore delle percosse
li è linciaggio,
davanti agli occhi aperti
che non vedono, non possono vedere,
come quelli dei fanciulli, degli innocenti.
Chi ruba poco va in galera,
chi ruba molto fa carriera…
L’isolamento dicono faccia male
alla salute mentale,
chi è più solo di un Re, un monarca, un Dio ?
Dove ha trovato tutta la sua ferocia Caino ?
Piove sul deserto, l’acqua non fa in tempo
a toccare il suolo che evapora e di notte, gela…
Saremo mai capaci di giudicare noi stessi ?
Qual’è quell’uomo che può giudicare
sulla sanità mentale di un altro uomo ?
La libertà costa cara, fa sudare sangue, tutti i giorni…

Andrea Bianchini 2026.

Rimani

Rimani

Dentro i tuoi occhi
la luce, l’amore, la dolcezza.
Sei fatta di anima,
nella tua voce la conferma.
Non oso chiedere il tuo nome
che vibra muto nell’aria.
Fatti avanti, mostrami meglio
il tuo avvolgente accogliente sguardo,
si che domani non abbia a dimenticarmelo
e lo possa portare nel mio cuore all’infinito,
come medicamento ai miei passi claudicanti e stanchi,
nei momenti di buio e tempesta della mia anima.
Rimani seduta accanto a me
sin quando potrai, ti prego.
Raccontami del tuo reame
fatto di nuvole e stelle
nel firmamento, lassù.

Andrea Bianchini 2026.

L’Intruso

L’Intruso

C’era una volta, in una casa immersa nel verde dove il profumo del gelsomino entrava dalle finestre, una famiglia che sembrava uscita da un libro illustrato. C’erano Lei, con il sorriso che illuminava le stanze, Lui, che aveva braccia forti e un cuore gentile, e il loro piccolo tesoro, un bimbo di due anni dai riccioli d’oro. A vegliare su di loro c’era un cagnolino tutto pepe, che correva instancabile tra i giochi sparsi sul tappeto.

Si amavano alla follia. O almeno, così raccontava il vento tra le foglie. Ma la vita, a volte, nasconde delle ombre che neanche l’amore più puro può dissipare subito.

L’Ombra dell’Intruso

L’Intruso non bussò alla porta. Non era una persona, ma una nebbia fitta e grigia che si insinuò nei pensieri di Lui. Arrivò cavalcando la stanchezza di troppe lune passate a lavorare, di responsabilità troppo pesanti per un uomo solo. Lui, che era sempre stato un po’ “orso” – amante del silenzio e della solitudine – si chiuse in un guscio fatto di spine.

Quell’esaurimento nervoso fu come un terremoto silenzioso. In un attimo, l’eroe della casa si trasformò in un viandante smarrito nei corridoi della propria mente. Iniziò così il lungo calvario: cliniche dai muri bianchi, medicine che addormentavano l’anima e quella diagnosi psichiatrica che pesava come una condanna a vita.

La Separazione

Il dolore divenne un muro invalicabile. La famiglia si separò. Lei dovette farsi scudo per proteggere il piccolo, portando nel cuore il peso di un amore che non riconosceva più il volto dell’amato. Lui rimase solo con i suoi fantasmi, prigioniero di un castello di nebbia.

Il cagnolino, un tempo gioioso, restava spesso a guardare la porta, aspettando un ritorno che sembrava non arrivare mai. Gli anni passarono, il bimbo crebbe sentendo parlare di un papà che era “andato a combattere contro i draghi invisibili”.


Il Lieto Fine: Oltre la Guarigione

Il lieto fine di questa fiaba non fu il ritorno alla perfezione di un tempo, perché le cicatrici fanno parte della storia. Fu, invece, la scoperta di un nuovo modo di stare insieme.

Dopo molto tempo, grazie a cure costanti e a una pazienza infinita, la nebbia intorno a Lui iniziò a diradarsi. Non era più l’uomo di prima, era più fragile, ma anche più vero. Un giorno, in un piccolo giardino fiorito vicino alla sua residenza, avvenne l’incontro.

  • Il Figlio, ormai più grande, gli tese la mano senza timore.
  • Il Cagnolino, ormai brizzolato sul muso, lo riconobbe all’istante, scodinzolando come se il tempo non fosse mai passato.
  • Lei lo guardò negli occhi e, invece della rabbia, trovò una profonda tenerezza.

Capirono che non potevano più vivere sotto lo stesso tetto come marito e moglie, ma potevano essere una famiglia di cuori collegati. Lui trovò la sua pace in una casetta poco lontana, dove coltivava rose e leggeva storie al figlio durante i fine settimana.

L’Intruso non fu sconfitto del tutto, ma divenne un ospite silenzioso e innocuo, tenuto a bada dall’affetto di chi non lo aveva mai dimenticato davvero. La fiaba non finì con “vissero felici e contenti” in senso classico, ma con qualcosa di più prezioso: vissero in pace, finalmente liberi dal buio.

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L’Ombrello di Vetro e il Pregiudizio

Gemini,
Scrivimi una fiaba per perorare la causa delle meduse perseguitate…

Questa è una causa affascinante e decisamente controcorrente! Spesso le meduse vengono viste solo come un fastidio estivo, ma sono creature aliene, bellissime e fondamentali per l’equilibrio dei nostri oceani.

Ecco una piccola fiaba moderna per dare voce a chi non ne ha.


L’Ombrello di Vetro e il Pregiudizio

Nel profondo blu del Mar Mediterraneo, viveva Aurelia, una medusa dai filamenti d’argento. Aurelia passava le giornate danzando con le correnti, un battito lento che sembrava il respiro del mare stesso. Eppure, ogni volta che si avvicinava alla riva, sentiva grida di terrore: “Attenzione, un mostro!” o “Prendete il retino!”.

Un giorno, un vecchio Polpo saggio, vedendola triste, le chiese perché avesse il cappello così sgonfio.

“Tutti mi odiano,” rispose Aurelia. “Dicono che sono inutile e che so solo pungere.”

Il Polpo scosse i tentacoli. “Non sanno che tu sei un rifugio. Guarda sotto il tuo ombrello.”

Aurelia guardò: tra i suoi tentacoli si nascondevano piccoli pesciolini argentati, protetti dai predatori grazie alla sua presenza. Non solo: il Polpo le spiegò che lei era fatta di ritmo e di acqua, che puliva i mari e nutriva creature giganti come le tartarughe marine.

“Sei polvere di mare che fa la montagna dell’ecosistema,” disse il saggio.


Perché difendere le meduse?

  • Santuari galleggianti: Molte specie di pesci giovani trovano protezione tra i tentacoli delle meduse per sopravvivere alla crescita.
  • Architetti del Carbonio: Morendo, precipitano negli abissi trasportando grandi quantità di carbonio, aiutando a mitigare il cambiamento climatico.
  • Indicatori del Mare: La loro presenza ci racconta lo stato di salute e la temperatura delle acque.

La Morale: Spesso perseguitiamo ciò che non comprendiamo o che ci incute timore per la sua diversità. Ma anche l’essere più fragile e “urticante” ha un ruolo vitale nel grande disegno della natura.


Che approccio avevi in mente per perorare la loro causa? Un racconto, una campagna di sensibilizzazione “gentile” o magari scoprire qualche loro superpotere scientifico?

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Marta

Marta

Mi appoggio al tuo ventre
come una foglia che cade
con la mia guacia calda.

Un fremito, un respiro,
ci cerchiamo le mani
in una stretta di passione.

Ora guardo le tue labbra,
ancora tracce di rossetto,
i tuoi occhi son socchiusi.

Andrea Bianchini 2026.