Il sole di giugno tagliava a fette la penombra del soggiorno, illuminando una catasta di fogli stampati, tre vecchie tastiere impilate e una chitarra appoggiata al divano. Per l’uomo che sedeva al centro di quel caos, ogni giorno era un delicato esercizio di equilibrismo. Fino al 2015, la sua vita era stata regolata dalle leggi ferree dei diagrammi di flusso e dei codici di programmazione; poi, un sovraccarico devastante del sistema nervoso — un cortocircuito psichiatrico che la medicina faticava a catalogare — aveva strappato via i vecchi schemi, lasciandolo senza la qualifica di ingegnere ma con un’assoluta e vitale necessità di silenzio.
Da quel crollo, il menage quotidiano si era ridotto all’essenziale. Non potendo più reggere i ritmi del mondo produttivo, l’ex ingegnere aveva scoperto che l’unico modo per non impazzire, per svuotare quella mente che viaggiava a una velocità troppo alta, era rifugiarsi in due attività apparentemente strampalate, ma terapeutiche: la scrittura e la musica.
All’inizio, nel 2015, le sue composizioni erano frammenti caotici, grumi di note dissonanti che riflettevano il disordine della sua mente. I suoi libri erano storie bizzarre, piene di paradossi temporali e alieni invisibili, scritte più per scaricare la tensione che per essere capite. Ma anno dopo anno, a forza di battere sui tasti della pianola e su quelli del computer, era accaduto un piccolo miracolo biologico.
La pratica costante del pianoforte e della chitarra era diventata una neuro-modulazione terapeutica. Ogni scala eseguita con precisione, ogni accordo jazz cercato e trovato, agiva come un balsamo sul suo sistema nervoso ipereccitato. Dal 2015 al 2026, i miglioramenti erano stati lievissimi, quasi impercettibili giorno dopo giorno, ma costanti. Le sue dita erano diventate più fluide, i suoi pezzi musicali cominciavano ad avere una struttura, un’armonia vellutata che persino i pochi ascoltatori sul suo canale web riuscivano ad apprezzare. La scrittura si era fatta più nitida, pur mantenendo quel tocco surreale che era il suo marchio di fabbrica. La musica e la letteratura lo avevano salvato, tenendo a bada i mostri del sovraccarico psichico.
Fino a quella sera d’estate del 2026.
L’ex ingegnere aveva appena terminato una complessa sessione di improvvisazione al pianoforte. Le vibrazioni dell’ultimo accordo di minore settima stavano ancora svanendo nell’aria quando, improvvisamente, sentì un silenzio diverso. Non era il solito vuoto mentale post-allenamento; era una lucidità assoluta, tagliente, che portava con sé una domanda rimandata per undici anni.
Davanti a lui, sul leggio, c’erano due soli oggetti: una piccola croce di legno che apparteneva a sua madre e un libro dalla copertina bianca sulla filosofia orientale.
In quel momento di calma perfetta, il sistema nervoso dell’artista si trovò davanti al Conflitto finale, lo snodo cruciale di tutta la sua seconda vita: Dio o lo Zen?
Da un lato c’era la via del Dio personale, il Dio della sua infanzia e della tradizione, un’entità superiore a cui gridare nei momenti di disperazione, un Padre a cui chiedere conforto e senso per quella sofferenza psichica che lo aveva colpito. Scegliere Dio significava accettare il mistero del dolore, credere che il suo crollo del 2015 facesse parte di un disegno più grande e che la musica fosse un dono divino per guarire la sua anima.
Dall’altro lato c’era la via dello Zen, il sentiero del vuoto assoluto e della dissoluzione dell’Io. Scegliere lo Zen significava riconoscere che non c’era nessun disegno, nessun dramma da interpretare; la sua mente malata era solo un fenomeno biologico, e il pianoforte lo strumento per raggiungere il Satori, la presenza pura nel qui e ora. Nello Zen non c’era un Dio a cui chiedere aiuto, ma c’era l’estinzione del rumore di fondo, l’armonia perfetta tra il battito del cuore e la nota successiva sul pentagramma.
L’orologio a muro scandiva i secondi. Per un uomo abituato alla logica binaria dei computer (0 o 1, Vero o Falso), quel bivio sembrava insormontabile. Se si abbandonava a Dio, cercava una relazione e una salvezza esterna; se abbracciava lo Zen, cercava l’autodisciplina e l’annullamento del pensiero all’interno di se stesso.
L’ex ingegnere guardò le sue mani sulla tastiera, le stesse mani che per anni avevano tremato per l’ansia e che ora, grazie alla musica, erano ferme e sapienti. Sorrise di un sorriso strampalato, lo sguardo perso oltre la finestra verso il cielo stellato.
Forse la risposta al Conflitto non stava nella scelta, ma nella sovrapposizione degli stati, come nella fisica quantistica che tanto lo affascinava. Quando suonava un pezzo jazz, la precisione geometrica dello Zen si univa al calore mistico di una preghiera a Dio. In quel salotto, mentre le dita sfioravano nuovamente i tasti bianchi e neri per dare inizio a una nuova melodia, l’ingegnere capì che la sua musica era l’unico punto dell’universo in cui Dio e lo Zen potevano finalmente smettere di farsi la guerra.

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Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.


