Ecco un episodio caldo, un po’ buffo e profondamente umano, che mette in scena la meravigliosa “mediocrità” del Signor John e la complicità della sua piccola amica Debby.
Il Signor John fonda un partito
La scatola di cartone era umida di rugiada, abbandonata sotto una panchina del parco comunale. Dentro c’era solo un batuffolo tigrato grigio, con due occhi verdi grandi come bottoni e un miagolio così flebile che sembrava un sussurro.
Il Signor John, che stava passeggiando con il suo solito passo dondolante e un po’ goffo, si era chinato a fatica – con un sonoro scricchiolio di ginocchia – e l’aveva raccolta. Ora, quella gattina era comodamente addormentata sulla sua pancia paffuta, mentre lui, sprofondato nella poltrona del suo salotto scompigliato, le accarezzava la testa con un dito enorme e delicato.
«Si chiamerà… Minerva», sentenziò John, fiero di quel nome altisonante che contrastava magnificamente con la sua totale assenza di solennità.
«Minerva è bellissimo, John», approvò Debby, seduta sul tappeto a gambe incrociate.
Era scappata da casa sua un’ora prima. Lì, suo padre stava tenendo un sermone sulla “pianificazione strategica del tempo libero” e sull’importanza di mantenere la scrivania disinfettata e priva di oggetti superflui. Nel salotto di John, invece, regnava un caos accogliente: spartiti spiegazzati sul pianoforte, briciole di biscotti e, adesso, una gattina che faceva le fusa a volume altissimo.
«Debby, io sono indignato», disse improvvisamente John, cercando di darsi un tono solenne che svanì non appena perse l’equilibrio sulla poltrona, dovendo fare un piccolo balzo per non schiacciare la coda di Minerva. «Sì, indignato! Come si fa a lasciare un’anima così bella in una scatola? È un’ingiustizia. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa. Anzi, io devo fare qualcosa. Ho deciso: fondo un partito!»
Debby sgranò gli occhi, trattenendo a stento un sorriso. «Un partito politico, John? Tu?»
«Certo! Il… il… Partito dei Felini Uniti! O forse… I gatti non si toccano! No, aspetta. Ci vuole qualcosa di più democratico. La Repubblica della Ciotola Libera!»
John si alzò in piedi con entusiasmo, ma inciampò prontamente nell’angolo del tappeto, salvandosi per miracolo aggrappandosi alla credenza. Un piattino di ceramica oscillò pericolosamente, ma rimase miracolosamente intero.
«Vedi?» continuò John, ricomponendosi e sistemandosi i pantaloni un po’ calati. «La politica ha bisogno di persone concrete. Di gente che capisce i veri problemi. Se io fossi al governo, farei una legge: un cuscino di velluto su ogni davanzale e croccantini al salmone garantiti dallo Stato per tutti i gatti randagi.»
Debby rise, una risata limpida che a casa sua non risuonava mai. «John, non credo che i partiti funzionino esattamente così. Mio padre dice sempre che la politica è una cosa seria, fatta di programmi economici, riforme strutturali e rigore finanziario.»
John fece una smorfia, come se avesse appena addentato un limone aspro. «Tuo padre vede il mondo come un foglio di calcolo, Debby. Ma la vita non è un’equazione. La vita è… beh, è avere i peli di Minerva sui pantaloni della festa e non curarsene! Chi se ne importa dello spread quando c’è un gatto che ha freddo?»
Si diresse verso il tavolo da pranzo, prese un foglio di carta da ricalco e un vecchio pennarello blu con la punta mezza consumata.
«Ora disegniamo il simbolo del partito», annunciò.
Si chinò sul foglio, con la lingua leggermente di fuori per la concentrazione. Il risultato fu un cerchio decisamente poco rotondo, dentro al quale John abbozzò una figura che assomigliava più a un sacco di patate con le orecchie che a un felino.
«Ecco! Questo è il nostro emblema. Un gatto felice e… leggermente robusto. Come me.»
Debby si avvicinò e guardò il disegno. Era imperfetto, asimmetrico e assolutamente meraviglioso. Suo padre le avrebbe fatto rifare quel cerchio dieci volte usando il balaustrino, spiegandole l’importanza della precisione geometrica nella vita. John, invece, guardava quella sagoma sbilenca come se fosse il capolavoro del secolo.
«E qual è il programma elettorale, Leader John?» chiese Debby, stando al gioco con gli occhi lucidi di gioia.
John si grattò la testa pelata, pensoso. «Allora, punto primo: divieto assoluto di fare il bagno ai gatti, a meno che non si siano infilati spontaneamente nel barattolo della marmellata. Punto secondo: lezioni di pigrizia obbligatorie nelle scuole, perché se fossimo tutti un po’ più pigri, avremmo meno tempo per fare la guerra. E punto terzo…» John si interruppe, guardando Minerva che nel frattempo si era svegliata e stava tentando goffamente di cacciare la sua stessa coda, finendo per rotolare giù dal divano su un cumulo di cuscini.
«Punto terzo: è severamente vietato essere perfetti», concluse Debby a bassa voce.
John si voltò a guardarla, il suo viso tondo si raddolcì in un sorriso comprensivo e infinitamente buono.
«Sì, Debby. Questo lo mettiamo nella Costituzione del partito. Chi cerca di essere perfetto viene immediatamente squalificato e condannato a fare un pisolino di tre ore.»
In quel momento, Minerva emise un piccolo miao di approvazione e andò a strofinarsi contro le caviglie di John, lasciando una scia di peli grigi sui suoi pantaloni marroni. Il Signor John non se ne accorse nemmeno; prese in braccio la gattina, la tese verso Debby e disse:
«Consigliere Debby, dichiaro ufficialmente aperta la prima assemblea del partito. C’è rimasta della torta di mele in cucina. Credo sia nostro dovere politico finirla.»
E mentre camminavano verso la cucina – John dondolando con la sua andatura buffa, Debby con Minerva stretta al petto – la bambina sentì che, in quella stanza disordinata e fuori da ogni schema, aveva finalmente trovato il posto più sicuro del mondo.

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