La ballata del mondo perduto
Il crepuscolo calava lentamente sulle rovine della grande metropoli, dipingendo di rame le ossa d’acciaio dei vecchi grattacieli. In quel silenzio senza tempo, interrotto solo dal respiro metallico del vento tra i rugginosi relitti del passato, un vecchio musicista sedeva su una cassa di legno alla periferia della città sotterranea. Accanto a lui, una chitarra usurata dal tempo ma intatta nell’anima aspettava solo una mano capace di rianimarla.
Egli conosceva ogni nota della memoria umana, di quel mondo dorato che esisteva prima della grande dimenticanza, quando le luci non si spegnevano mai e la musica riempiva le piazze di mare e di terra. Con dita esperte e leggere, il vecchio toccò le corde di metallo. Una melodia malinconica, intessuta di accordi aperti e armonie sospese, iniziò a fluire nel buio, arrampicandosi lungo i muri sbrecciatati e diffondendosi nell’aria sottile della sera.
A poco a poco, dai vicoli bui e dalle ombre delle vecchie condotte solitarie, la gente cominciò ad avvicinarsi. Erano i figli del nuovo tempo, ragazzi che non avevano mai visto un oceano né sentito il suono di una grande orchestra, ma le cui anime risuonavano naturalmente con quelle note. Ogni arpeggio raccontava la storia di un fiume trasparente, il profumo della pioggia d’estate sulle pietre calde, o il ritmo incalzante di una festa lontana che il tempo non poteva cancellare del tutto.
La canzone cresceva, trasformando la nostalgia in un’energia vibrante. Non era un lamento per ciò che era andato perduto, ma una promessa consegnata al futuro: finché la musica avesse continuato a viaggiare nel vento, l’essenza dell’umanità e la bellezza di quel mondo antico avrebbero continuato a vivere, pronti a rinascere.
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.