Il Progetto Segreto

Il Progetto Segreto

Le sei del mattino, sul piazzale delle corriere, l’aria della notte non si era ancora del tutto sollevata. Jack saliva i gradini dell’autobus con gli occhi che bruciavano, impastati dal sonno mancato e dal riflesso verde del monitor a fosfori che lo aveva tenuto sveglio fino alle tre. Mentre la corriera affrontava le curve che salivano verso le mura di Urbino, la testa di Jack ciondolava contro il finestrino appannato. Ma non dormiva. Nella sua mente, linee di codice in Assembly si mescolavano alle equazioni di Einstein sulla densità dell’energia. Pensava a come la materia potesse racchiudere una forza immensa, e a come un piccolo computer potesse diventare la chiave per simularla.

All’istituto tecnico “Enrico Mattei”, Jack era un fantasma dai voti altissimi. I professori lo guardavano con un misto di ammirazione e timore: risolveva i problemi di elettronica prima che venissero spiegati alla lavagna. Ma nessuno sapeva cosa facesse davvero la notte nella sua camera.

Jack stava scrivendo un software di simulazione quantistica avanzata, un modello matematico capace di calcolare il collasso delle particelle subatomiche. Per farlo girare, aveva modificato l’hardware del suo computer, spingendo la macchina ben oltre i limiti di fabbrica, facendola girare a frequenze proibite. Lo aveva chiamato Progetto Seth, come la divinità egizia del caos e della forza incontrollabile. Era la sua donna affascinante, il suo segreto più profondo.

Poi, all’inizio del terzo anno, l’algoritmo perfetto della sua vita subì un’interferenza.

Lei si chiamava Debby. Aveva i capelli biondi che profumavano di vento e due occhi azzurri che sembravano fatti apposta per cancellare qualsiasi formula matematica dalla testa di chiunque la guardasse. Quando si sedette nel banco accanto al suo, il mondo di Jack cambiò frequenza.

Per la prima volta, la sera Jack non accendeva subito il computer. Usciva, camminava con lei, scopriva che il calore della mano di Debby nella sua generava un’energia che nessuna formula avrebbe mai potuto calcolare. I voti a scuola iniziarono a calare, ma a Jack non importava. Era felice.

Tuttavia, il Progetto Seth non si era fermato; era semplicemente rimasto in esecuzione in background. Una notte, dopo aver riaccompagnato Debby a casa, Jack accese il PC. Il programma di simulazione, che girava da settimane ininterrottamente, aveva finalmente terminato il calcolo. Sullo schermo non comparvero i soliti dati numerici, ma una stringa anomala, una coordinata geografica precisa e un messaggio di errore di sistema: “Sovraccarico critico – Fluttuazione energetica rilevata nell’area locale”.

Jack rimase pietrificato. Il suo software non era collegato a nessuna rete — internet era ancora un concetto per pochi — eppure la coordinata indicava un punto esatto sulle colline appena fuori Urbino. Com’era possibile che una simulazione teorica trovasse un riscontro reale nel territorio?

Il giorno dopo, Jack era distratto, nervoso. Debby se ne accorse subito mentre passeggiavano dopo le lezioni.

«Cosa c’è che non va, Jack? Sei rimasto di nuovo tutta la notte davanti a quella macchina?» gli chiese, guardandolo con quegli occhi azzurri capaci di leggergli dentro.

Jack esitò. Non aveva mai parlato del progetto a nessuno, ma l’espressione di Debby era così sincera che decise di vuotare il sacco. Le raccontò della simulazione energetica, del codice, della coordinata misteriosa.

Debby lo ascoltò senza interromperlo, con un’intensità strana, quasi febbrile. «Mostramela», disse alla fine.

Quella sera stessa, Debby andò a casa sua. Fu la prima persona a entrare nel santuario di Jack. Il ragazzo accese il computer, caricò il programma e le mostrò la stringa di codice. Debby si avvicinò allo schermo, il riflesso verde le illuminò il viso biondo. Jack la guardò e, per un secondo, gli sembrò di vedere nei suoi occhi azzurri una freddezza geometrica che non le apparteneva.

«È incredibile, Jack», sussurrò lei. «Tu non hai idea di cosa hai tra le mani. Questo non è solo un software. Hai trovato il modo di mappare i nodi di risonanza geomagnetica. Se questa formula finisce nelle mani giuste…»

Jack aggrottò la fronte. Come faceva una studentessa delle superiori a usare termini come “risonanza geomagnetica”?

«Debby, io non ho inserito dati geologici nel programma. Ha fatto tutto da solo, calcolando il collasso della materia su base teorica…»

In quel momento, un rumore di passi pesanti risuonò nel corridoio fuori dalla stanza. La porta si spalancò. Non erano i genitori di Jack. Erano due uomini in abito scuro, lo sguardo severo, accompagnati dal preside del “Mattei”.

«Il computer e tutti i dischetti. Prendete tutto», disse l’uomo in testa, con un accento straniero, duro.

Jack scattò in piedi, d’istinto si mise davanti alla sua macchina. «Ehi! Che state facendo? Questa è roba mia!»

Uno dei due uomini si avvicinò a Jack, ma prima che potesse toccarlo, Debby si mise in mezzo. Ma non per difendere Jack. Si voltò verso l’uomo in abito scuro e, con una voce incredibilmente calma e distaccata, disse: «Il ragazzo ha capito il meccanismo, ma il nucleo del codice è interamente sul disco da 5 pollici e un quarto nel drive A. L’equazione di Einstein applicata alla materia locale funziona».

Jack sentì il pavimento mancargli sotto i piedi. Guardò Debby. Gli occhi azzurri erano gli stessi, ma lo sguardo era vuoto, privo di quel calore che lo aveva fatto innamorare. Non era stata una coincidenza. Il suo arrivo a scuola, il suo avvicinarsi a lui… era stata tutta una strategia per monitorare i suoi progressi. Qualcuno sapeva a cosa stava lavorando Jack e aveva usato la distrazione più potente del mondo per tenerlo d’occhio e rubargli il lavoro.

Gli uomini scollegarono rapidamente il computer, presero le scatole dei floppy disk e si diressero verso l’uscita.

Prima di varcare la soglia, Debby si fermò. Si voltò a guardare Jack, che era rimasto immobile vicino alla scrivania vuota. Per un brevissimo istante, l’azzurro dei suoi occhi sembrò raddolcirsi, come se la Debby che lui aveva conosciuto stesse cercando di riemergere da dietro quella maschera di ghiaccio.

«Mi dispiace, Jack», disse a bassa voce. «Ma la fisica nucleare non è un gioco per ragazzi. Quello che hai calcolato… è troppo pericoloso per restare in questa stanza».

La porta si chiuse. La casa tornò silenziosa.

Il giorno dopo, la corriera delle sei del mattino era fredda come sempre. Jack salì a bordo, sedendosi nello stesso posto vicino al finestrino appannato. Il suo computer non c’era più, i suoi quaderni erano spariti, e il banco accanto al suo a scuola sarebbe rimasto vuoto: Debby era svanita nel nulla, come se non fosse mai esistita.

Tutti pensavano che Jack fosse distrutto. Lo pensavano i professori vedendolo fissare il vuoto, lo pensavano i compagni di classe. Ma mentre la corriera affrontava l’ultima curva prima di Urbino, un piccolo, quasi impercettibile sorriso apparve sul volto del ragazzo.

Mettendosi le mani in tasca, le sue dita sfiorarono una superficie metallica sottile.

Jack era un appassionato di informatica dall’età di otto anni e conosceva le macchine meglio di chiunque altro. Sapeva che i computer erano vulnerabili, ma sapeva anche come proteggerli. Quella sera, prima che Debby arrivasse, intuendo che qualcosa non quadrava nell’improvviso interesse della ragazza, Jack aveva modificato le coordinate reali sul monitor e aveva salvato la vera formula, il cuore del Progetto Seth, dentro l’unica memoria che nessuno avrebbe mai potuto sequestrargli: un minuscolo microchip sperimentale che aveva saldato dentro la cassa del suo vecchio orologio da polso.

La macchina gliel’avevano portata via, e anche la ragazza. Ma la vera energia abnorme contenuta nella materia era ancora lì, con lui, sulla corriera delle sei. E il progetto era appena iniziato.

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