Il Signor John litiga con Debby

Il cielo sopra la città aveva il colore metallico e stanco delle mattine d’oggi, un grigio che non prometteva né pioggia né sole. All’interno dell’appartamento, il Signor John fissava il fondo della sua tazza. Quello che una volta era un rito sacro, il caffè del mattino, si era trasformato in un infuso tiepido dall’aroma vago e un po’ chimico. I generi alimentari erano diventati tessere di un mosaico scadente: prezzi esorbitanti per cibo che sembrava finto, privo di sapore, quasi di plastica.

I tempi erano duri. E lo stress, come un’umidità sottile, era penetrato nelle ossa di tutti. Persino chi, come il Signor John, aveva messo da parte una vita di risparmi e possedeva cifre che un tempo avrebbero garantito il lusso, si trovava con le mani legate. I soldi non avevano più quel valore intrinseco, quella solidità di una volta. Erano numeri su uno schermo, incapaci di comprare la qualità, la sicurezza o, semplicemente, la pace.

Debby entrò in cucina con il passo pesante di chi non ha dormito bene. Anche lei risentiva di quel clima sospeso. Accese la televisione e lo schermo rimandò le solite, drammatiche immagini del fronte. Una guerra che sembrava non finire mai, un rullo compressore che macinava vite e speranze a poche migliaia di chilometri da lì, influenzando ogni singolo respiro della loro quotidianità.

«Ancora bombe», mormorò Debby, stringendosi nelle spalle. «Bisogna che la piantino. Tutti. Devono fermarsi, deporre le armi e basta. Questa follia pacifista che manca nel mondo ci sta distruggendo».

Il Signor John posò la tazza con un colpo secco sul tavolo. Le sue vene compresero subito l’adrenalina della frustrazione accumulata in mesi di privazioni.

«”Deporre le armi”, Debby? È facile dirlo da qui!» sbottò il Signor John, la voce insolitamente tesa. «Gli Ucraini stanno difendendo la loro terra, le loro case, la loro libertà! Se smettono di combattere loro, l’Ucraina scompare. Io sto con loro, senza se e senza ma. Hanno il diritto e il dovere di resistere!»

Debby si voltò di scatto, gli occhi lucidi di rabbia e stanchezza. «E a cosa serve resistere se il risultato è la distruzione totale? Il pacifismo non è vigliaccheria, Signor John! È l’unica via d’uscita logica prima che salti in aria l’intero pianeta. Continuare a mandare armi serve solo a ingrassare chi le produce, mentre noi mangiamo spazzatura e viviamo nel terrore!»

«Tu la fai troppo facile con il tuo pacifismo a oltranza!» replicò lui, alzandosi in piedi. «C’è un aggressore e c’è un aggredito. Voltarsi dall’altra parte non è pace, è complicità!»

«Non mi volto dall’altra parte! Io guardo in faccia la realtà!» gridò Debby, con la voce che le tremava per l’emozione. «Guarda come siamo ridotti! Non c’è più valore in nulla, non c’è futuro, lo stress ci sta mangiando vivi e tu vuoi altra guerra?»

Le parole rimasero sospese nell’aria, pesanti e taglienti. I due si fissarono, entrambi col fiatone, sorpresi dalla violenza verbale che era appena esplosa tra loro. Non stavano litigando solo sulla geopolitica; stavano scaricando l’uno sull’altra il peso di un mondo che sembrava impazzito, l’impotenza di fronte al carovita, la tristezza per quel cibo senza sapore e la paura del domani.

Il silenzio che seguì fu quasi doloroso.

Il Signor John guardò Debby. Notò le occhiaie profonde sul suo viso e il modo in cui stringeva i pugni per non piangere. Sentì una fitta al cuore.

Fece un lungo respiro, abbassò le spalle e fece un passo verso di lei.

«Debby…» disse, con un tono di voce che era tornato a essere quello profondo e calmo di sempre. «Scusami. Ho esagerato. Non volevo aggredirti».

Debby lo guardò, l’espressione che passava dalla rabbia a una profonda vulnerabilità. «Anche io ho esagerato, Signor John. È che… sono così stanca. Tutto sembra andare a rotoli».

«Lo so», rispose il Signor John, avvicinandosi ancora e prendendole delicatamente le mani. Le sue dita erano fredde. «Siamo tutti sotto pressione. La situazione là fuori è terribile, e ognuno di noi la metabolizza come può. Tu vuoi la fine del sofferto dolore attraverso la pace immediata, io vorrei vedere la giustizia trionfare per chi soffre. In fondo, vogliamo entrambi la stessa cosa: che questa oscurità finisca».

Debby accennò un timido sorriso, lasciando andare la tensione. «Sì. Vogliamo solo tornare a respirare».

Il Signor John la stringeva in un abbraccio caldo, un rifugio sicuro contro la follia del mondo esterno. Rimasero così per qualche minuto, lasciando che il battito regolare dei loro cuori calmasse i pensieri.

«Senti», disse poi il Signor John, sciogliendo l’abbraccio con un barlume di complicità negli occhi. «Visto che i nostri soldi elettronici non possono comprarci una tazza di caffè decente al bar, e visto che il cibo della dispensa fa piangere… che ne dici se usiamo l’unica cosa di vero valore che ci è rimasta?»

«Cioè?» chiese Debby, incuriosita.

«Il nostro tempo. E quel vecchio pacchetto di biscotti artigianali che avevamo nascosto in fondo alla credenza per le “grandi occasioni”. Direi che essere sopravvissuti a un litigio globale sia un’occasione da festeggiare».

Debby scoppiò in una risata genuina, la prima da molti giorni. «Direi di sì. Prepara l’infuso peggiore del mondo, Signor John. Ci penseranno i biscotti e noi a renderlo speciale».

Seduti di nuovo al tavolo, mentre fuori il cielo grigio cominciava a essere perforato da un timido raggio di sole, il Signor John e Debby ritrovarono il loro equilibrio. Il mondo fuori era ancora duro e incerto, ma dentro quella cucina, la comprensione e l’affetto avevano vinto. E per quella mattina, era tutto ciò che contava.

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