I’m not Alone

I’m Not Alone

Il giardino della villa era un tappeto di erba inglese, perfetto e immobile. Al centro, come una macchia d’inchiostro su un velluto verde, stava Shadow, un piccolo barboncino nero dal pelo lucido e il collare di pelle pregiata. Shadow osservava il mondo oltre la cancellata in ferro battuto con la superiorità di chi non ha mai dovuto lottare per un osso.

Ogni mattina, alla stessa ora, il rituale si ripeteva. Il Vecchio, un barbone con la barba color nuvola e il cappotto tenuto insieme dalla speranza, si avvicinava alle sbarre. Non chiedeva soldi, cercava solo uno sguardo.

«Buongiorno, piccolo principe,» sussurrava l’uomo, allungando una mano nodosa verso Shadow. Il cagnolino scodinzolava con eleganza, un affetto misurato, quasi aristocratico. Dopotutto, come amava ripetere il padrone di Shadow tra un sigaro e l’altro: “Il cane è il miglior amico dell’uomo… del suo padrone!” E Shadow sapeva bene a chi apparteneva la sua fedeltà assoluta, ma quel vecchio gli ispirava una strana, malinconica simpatia.

L’Intruso e la Rivelazione

Un martedì di nebbia, il duo divenne un trio. Un gatto grigio tigrato, magro ma dai movimenti fluidi come mercurio, balzò sul muretto. Non degnò Shadow di uno sguardo, se non per fargli una smorfia che pareva un insulto in felino stretto. Invece, si strusciò con insistenza contro le gambe del barbone, facendo le fusa così forte da sembrare un piccolo motore.

Shadow iniziò a abbaiare furiosamente, irritato da quella sfacciataggine. Ma il gatto, con un balzo fulmineo, iniziò a correre intorno all’uomo, punzecchiando l’aria e poi scappando verso l’altro lato della strada, dove svettava un albero secolare. Era una quercia dalle radici così profonde che sembravano artigli conficcati nel tempo.

Il gatto tornò indietro, soffiò scherzosamente sul muso di Shadow — facendolo ringhiare d’impotenza — e poi guardò il barbone con occhi che brillavano di una luce innaturale. Con un cenno del muso, indicò l’albero.

Oltre il Velo

Il vecchio, guidato dall’insistenza del gatto, attraversò la strada. Shadow guardava, muto, con le zampe premute contro il cancello. Il gatto iniziò a grattare la corteccia della quercia in un punto preciso, dove le venature del legno formavano un cerchio perfetto.

«È lì, vero?» mormorò il barbone.

In quel momento, l’aria attorno all’albero vibrò. Non era più solo legno e foglie; era una porta, uno Stargate silenzioso verso un altrove dove la solitudine non esisteva. Il gatto balzò sulla spalla dell’uomo, strofinando il muso contro la sua guancia, un gesto di puro affetto disinteressato che nessun collare d’oro avrebbe mai potuto comprare.

Il vecchio si voltò un’ultima volta verso la villa. Shadow era lì, solo nel suo giardino perfetto, prigioniero della sua stessa fortuna e della fedeltà al suo padrone.

«Addio, piccolo principe,» disse l’uomo con un sorriso nuovo. «Ora lo so. I’m not alone.»

Mentre il vecchio e il gatto svanivano tra le pieghe della quercia, Shadow rimase a guardare il punto vuoto sulla strada. Il silenzio del giardino tornò a farsi sentire, pesante e dorato. Il cane si accovacciò, sospirando; era il miglior amico del padrone, certo, ma per la prima volta si chiese chi di loro fosse, davvero, dietro le sbarre.


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