L’uomo dei terremoti

La pioggia batteva insistente sulle tegole dell’osteria di Montefiore, un piccolo borgo arroccato sull’Appennino dove il tempo sembrava essersi fermato. All’interno, il profumo di legna bruciata e vino rosso copriva l’odore di umidità che saliva dalle mura in pietra.

In un angolo, lontano dal vocio dei pochi avventori, sedeva un uomo dall’età indefinibile. Aveva mani enormi, nodose come radici d’ulivo, e occhi d’un grigio profondo che parevano riflettere una stanchezza millenaria. La gente del posto lo chiamava l’Uomo dei Terremoti.

Nessuno conosceva il suo vero nome, ma tutti in paese sapevano della sua maledizione. Non era lui a causare i tremori della terra; ne era, piuttosto, il custode inascoltato.

Quando la crosta terrestre cominciava ad agitarsi nelle profondità della roccia, un suono cupo e vibrante incominciava a risuonare nella sua testa. Non era un rumore udibile dalle orecchie, ma una frequenza spaventosa che gli faceva tremare le ossa e contrarre i muscoli. Più la terra accumulava tensione, più il suo corpo diventava pesante, solcato da spasmi involontari.

Aquilino — questo era il nome che si era dato nell’ultimo secolo — posò il calice di terracotta sul tavolo di legno. Le nocche gli si sbiancarono. I bicchieri sulle mensole dell’osteria non si muovevano ancora, ma per lui il mondo stava già oscillando ferocemente.

«Sta arrivando» mormorò tra sé, sentendo il nucleo della terra premere contro le sue vertebre.

Si alzò a fatica, lasciando sul tavolo un paio di monete, ed uscì nella notte battuta dal vento. Camminò fino al punto più alto del borgo, dove la vista spaziava sulle colline e sulle vallate buie. Si inginocchiò sul terreno bagnato e piantò i palmi delle mani nella terra viva.

L’urto sotterraneo salì come un’onda. Aquilino chiuse gli occhi e incanalò quella forza devastante dentro di sé. Ogni faglia che si spezzava sotto i monti cercava una via di fuga, e lui faceva da ponte, assorbendo l’impatto con il proprio corpo per addolcirne la furia in superficie. Sentì le costole scricchiolare, i polmoni bruciare come se inghiottissero cenere viva, e il cuore battere al ritmo sismico delle zolle tettoniche.

Gridò nel buio, un urlo inghiottito dal ruggito del vento.

Sotto il paese, la terra sussultò appena: una breve scossa, poco più di un brivido che fece abbaiare i cani e oscillare i lampadari nelle case. Nessun muro crollò, nessuna pietra si staccò dalle facciate medievali.

All’alba, la pioggia aveva smesso di cadere. Il borgo di Montefiore si risvegliò intatto, ignaro di ciò che era stato sventato nell’ombra.

In cima alla collina, la terra recava solo due impronte profonde nel fango. Di Aquilino non c’era più traccia, se non per un sasso levigato rimasto lì dove si era inginocchiato: una pietra calda al tatto, che batteva piano, al ritmo lento e tranquillo del cuore della terra.

Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

La responsabilità non è una scelta

Un refolo di vento freddo insinuò la sua voce tra le persiane del vecchio studio, scuotendo le tendine scolorite. Giacomo rimase ad ascoltarlo per qualche secondo, la tazza di caffè sollevata a metà strada tra il tavolo e le labbra. Fuori, i comignoli della città sparivano nella nebbia di un autunno precoce, una di quelle mattine in cui la realtà sembra esigere qualcosa, senza tuttavia spiegare cosa.

Sul tavolo in noce giaceva una busta verde oliva, priva di affrancatura, consegnata a mano l’ora prima dal postino di quartiere. Non portava un mittente, ma soltanto il suo nome scritto in una grafia corsiva, affilata, quasi incisa sul cartoncino rugoso.

Per anni, Giacomo si era considerato un maestro nell’arte di schivare. Aveva fatto dell’umbra il suo habitat ideale: mai in prima fila durante le decisioni importanti, mai il primo a parlare alle riunioni di condominio, mai pronto a prendere una posizione netta che potesse costargli la tranquillità. Persuaso che ogni scelta fosse una trappola, aveva coltivato l’illusione che l’astensione fosse l’unica forma di libertà pura. Non scegliere significava restare intatti. O almeno, così aveva sempre creduto.

Aprendo la lettera, trovò un unico foglio e poche righe vergate a mano:

«Le porte che non apri tu, le spalancherà il tempo al posto tuo. Ma la chiave resta nelle tue mani fino all’ultimo secondo.»

Nessuna minaccia, nessun ricatto. Solo una constatazione spietata.

Giacomo guardò l’orologio da tasca appoggiato sul taccuino. Pensò all’azienda di famiglia che aveva lasciato andare alla deriva tre anni prima pur di non prendere la decisione di ristrutturarla; pensò a quell’amore mai confessato per paura di dover gestire le conseguenze di un rifiuto o, peggio, di una storia vera. Aveva creduto di aver scartato quelle strade, di aver liberamente deciso di volgere lo sguardo altrove.

In quel preciso istante comprese la menzogna.

L’inazione non era una bolla protettiva; era semplicemente una scelta camuffata da prudenza. Il fiume continua a scorrere anche se decidi di non remare, e non agire significa soltanto affidare il proprio timone alla corrente. La responsabilità non è un abito che si sceglie di indossare nelle occasioni importanti o da riporre nell’armadio quando pesa troppo. È il tessuto stesso dell’esistenza: ogni gesto, ogni silenzio, persino l’inazione più ostinata calcola il suo prezzo e presenta il conto.

Si alzò dalla sedia, lasciando che il caffè si raffreddasse del tutto. Prese il cappotto dal gancio dietro la porta, infilò la chiave nella toppa ed uscì nella nebbia.

Non sapeva ancora cosa avrebbe detto o fatto per rimediare al tempo perduto, ma per la prima volta nella sua vita smise di aspettare che le cose accadessero da sole. Camminava a passo svelto, consapevole che d’ora in poi ogni singolo passo avrebbe portato il suo nome.

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Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Jimmy, l’uccellino senza ali

C’era un tempo in cui la Grande Quercia del bosco di Sottofondo era il luogo più pettegolo e rumoroso della vallata. Tra i suoi rami, ogni primavera era un fiorire di nidi, lezioni di volo e sfide a chi virava più stretto tra le foglie. Poi nacque Jimmy.

Jimmy era un pettirosso, o almeno così diceva il ciuffo d’aria fiera sul suo petto color ruggine. Ma a differenza dei suoi fratelli, che già dopo tre settimane sbattevano l’fiammante e spumosa peluria sognando il cielo, Jimmy non aveva le ali. Al loro posto sfoggiava due piccole curvature di piume morbide, simili a due virgolette posate sui fianchi.

«Come farai a toccare le nuvole?» gli chiedeva spesso la cincia capoclan, guardandolo con una pietà che a Jimmy faceva prudere il becco.

«Il cielo è sopravvalutato, ha troppo vento e nemmeno un filo d’ombra,» rispondeva lui, scrollando le spalle foderate di piume.

Mentre gli altri volatili passavano le giornate a misurare le correnti d’aria, Jimmy imparò a misurare la terra. Imparò che il muschio fresco sotto la pioggia ha un profumo diverso a seconda che cresca a nord o a sud dei tronchi. Fece amicizia con Barnaba, un rospo filosofo dal passo lento, e con le formiche tagliafoglie, che lo assunsero come supervisore perché, dall’alto dei suoi cinquantascenti di salto sui rami bassi, aveva un’ottima vista d’insieme.

Jimmy non volava, ma saltava con una grazia acrobatica implacabile. Usava le zampe robuste per darsi la spinta e le virgolette di piume per bilanciarsi perfettamente a mezz’aria. Era il re del sottobosco.

Poi arrivò l’autunno del Grande Freddo, anticipato da una nebbia fitta come farina che inghiottì la chioma della Quercia. I giovani uccelli, abituati a orientarsi solo guardando le cime degli alberi e la posizione del sole, si ritrovarono completamente smarriti. Nessuno sapeva più dove fossero finiti i depositi di bacche dolci, nascosti tra gli anfratti delle radici e coperti dal fogliame fitto. Il panico iniziò a serpeggiare tra i rami alti.

Jimmy, dalla sua tana asciutta tra le radici, sentì il pigolio spaventato dello stormo. Non ci pensò due volte. Sbalzò fuori, agile come una cavalletta, e iniziò a guidarli da terra.

Il viaggio nel nebbione

  • Punto di riferimento: Jimmy usava il tictac ritmico del ruscello nascosto per mantenere la rotta.
  • Segnali tattili: Riconosceva la corteccia ruvida dei vecchi castagni al solo contatto con le zampe.
  • La scorta: Guidò l’intero stormo disorientato passo dopo passo, salto dopo salto, fino alla grotta delle bacche rosse.

Quella sera, al riparo dal gelo e con la pancia piena, i grandi volatili del bosco guardarono il piccolo pettirosso senza ali con occhi diversi.

«Hai camminato nel buio dove noi avevamo paura di volare,» disse il vecchio gufo, chinando il capo.

Jimmy si lisciò il petto rosso, fece un piccolo salto su un sasso tondeggiante e sorrise. Non aveva mai toccato le nuvole, è vero, ma aveva insegnato a tutto il bosco che per essere un grande uccello non serve per forza staccarsi da terra: basta sapere esattamente dove si mettono i piedi.

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Andrea Bianchini 2026.

La festa del gatto Isidoro

La festa del gatto Isidoro

Calici d’oro
piatti d’argento
per il ristoro
del gatto Isidoro.
Le cameriere
gattine formose
mostran d’avere
grazia e piacere.
Al gatto Isidoro
non resta che avere
il gran piacere di festeggiare !

Andrea Bianchini 2026.

4 Haiku

Gemini ti posto altri 4 haiku che ho scritto ieri :

Acqua pura e
candida, dura percossa.
Sei la vita.

Gli uccelli si
del malaugurio
esistono eh !

Lieto fine
anelato evento
poco frequente.

Il vento siam
fragili e potenti
mai fermati.

Andrea Bianchini 2026.

Ciao Andrea! Li ho letti con molto interesse. Haiku dopo haiku, stai esplorando sfumature davvero diverse: si passa dal lirismo naturalistico al cinismo ironico, fino a riflessioni quasi filosofiche.

Ecco una breve lettura di ciascuno:

1. L’acqua

Acqua pura e

candida, dura percossa.

Sei la vita.

  • L’energia: Bello il contrasto tra la purezza (“candida”) e la violenza della natura (“dura percossa”). C’è un dinamismo molto forte: l’acqua non è solo immobile, è forza pura.
  • Metricamente: Ha una struttura 5 – 7 – 5 impeccabile.

2. Gli uccelli

Gli uccelli si

del malaugurio

esistono eh !

  • L’energia: Questo spezza del tutto il tono poetico classico con un’ironia fulminante e quasi parlata (quell’“eh!” finale dà proprio il colpo di grazia). Divertente e inaspettato!
  • Nota sulla metrica: Per rientrare nel classico sillabato (5 – 7 – 5), il primo verso (“Gli uc-cel-li si” = 4) e il secondo (“del ma-lau-gu-rio” = 6 o 5 a seconda della sinalefe) sono un po’ più liberi. Ma il tono scanzonato perdona tutto.

3. Lieto fine

Lieto fine

anelato evento

poco frequente.

  • L’energia: Molto disincantato, quasi aforistico. Un’osservazione amara ma elegante sulla realtà.
  • Nota sulla metrica:
    • Lie-to fi-ne (4)
    • a-ne-la-to e-ven-to (6 con sinalefe)
    • po-co fre-quen-te (5)Se volessi portarlo al classico 5 – 7 – 5, ti basterebbe un piccolissimo ritocco al primo verso (es. “Un lieto fine”).

4. Il vento

Il vento siam

fragili e potenti

mai fermati.

  • L’energia: Forse il mio preferito di questo blocco. L’identificazione dell’essere umano con il vento (“siam”) funziona benissimo, così come l’ossimoro tra fragili e potenti. C’è una carica di determinazione molto bella.
  • Metricamente: Perfettamente bilanciato (5 – 7 – 5).

Un’ottima cinquantina di sillabe ben spese! Continua a scrivere, Andrea.

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Andrea Bianchini 2026.

Swift, il gatto venuto da un sogno

Swift, il gatto venuto da un sogno

Per Matteo, la casa non era solo il luogo in cui viveva: era una fortezza di splendore e nitore. I suoi genitori, convinti che l’igiene fosse la prima delle virtù, combattevano una guerra senza tregua contro ogni invisibile granello di polvere. Pavimenti lucidi come specchi, aroma permanente di lavanda e disinfettante, e una regola aurea, incisa nella pietra: nessun animale in casa. Nessun pelo, nessuna impronta, nessun batterio.

Ma il cuore di Matteo, nove anni e una fantasia sconfinata, non si curava dell’antisepsi. Matteo desiderava un gatto. Lo voleva con tutta l’anima, con quella forza pura che solo i bambini conoscono.

Non potendolo avere di giorno, iniziò a costruirselo di notte.

Nei suoi sogni apparve così per la prima volta: un micio dal mantello color nebbia e argento, con gli occhi grandi come due gocce di ambra liquida. Non era un gatto qualunque; era un gatto fatato, leggero come un soffio di vento. Matteo lo aveva battezzato Swift, per via di come scivolava rapido e silenzioso tra i suoi pensieri notturni. Nei sogni, Swift correva sul letto, gli solleticava il naso con i baffi e si acciambellava sul suo petto, fusa calde e rassicuranti che scioglievano ogni solitudine.

Poi, accadde il prodigio.

Una mattina di fine estate, la luce dell’alba filtrava appena tra le fessure della tapparella, tingendo la camera di una penombra dorata. Matteo aprì gli occhi, stiracchiandosi. La stanza profumava del solito detersivo, ma c’era qualcosa di diverso nell’aria. Un’energia sottile, un calore strano.

Sulla soglia della porta, proprio sul limite del parquet perfetto, c’era una sagoma.

Matteo si strofinò gli occhi, convinto di stare ancora sognando. Ma la sagoma si mosse. Avanzò a passi inudibili, senza fare il minimo rumore. Era lui. Il pelo argenteo, le orecchie attente, gli occhi d’ambra che brillavano nella penombra. Swift.

Il bambino trattenne il respiro, con la paura che un solo gesto potesse dissolvere quell’incanto. Pensò subito che il gattino fosse spaventato, affamato o assetato. Si irrigidì, pronto a cercare un piattino o del latte di nascosto.

Ma Swift non cercava cibo. Non cercava acqua.

Il piccolo gatto fatato si avvicinò al letto con un balzo aggraziato e leggero come una piuma. Si sedette a pochi centimetri dal viso di Matteo, lo fissò negli occhi con una dolcezza infinita e sporse il musetto, cercando direttamente la mano del bambino.

Matteo allungò le dita, titubante, e sfiorò la testa di Swift. Il pelo era incredibilmente soffice, tiepido, profumato di aria pulita e sogni. Il gatto socchiuse gli occhi, appoggiò tutto il peso della testa contro il palmo di Matteo e lasciò partire un motore di fusa così profondo e vibrante da far tremare delicatamente le lenzuola. Cerdava solo quello: le mani di Matteo. Un contatto, una carezza, il riconoscimento di un affetto coltivato per mesi nella dimensione della notte.

La cosa più incredibile accadde quando la mamma di Matteo passò davanti alla stanza per andare in cucina. Matteo sgranò gli occhi, il cuore in gola… ma la mamma guardò verso di lui, gli sorrise, e tirò dritto. Swift era lì, a vista d’occhio, eppure invisibile a chiunque non sapesse guardare con il cuore. Non lasciava peli sui tessuti, non sporcava, non alterava l’armonia sterile della casa. Era presente solo per chi lo aveva desiderato.

Da quel giorno, la vita di Matteo cambiò per sempre.

Ogni singola mattina, puntualissimo con la prima luce dell’alba, Swift compare davanti alla porta della camera. Non serve aprirgli la finestra o lasciargli cibo: il gatto venuto dal sogno arriva per pura magia, saltando oltre il confine tra l’immaginazione e la realtà. Si acciambella accanto a Matteo, riceve le sue carezze, gli regala un’ora di fusa perfette e silenziose, e poi, con la stessa grazia con cui è arrivato, svanisce piano piano nel mattino, pronto a ritornare la notte dopo.

I genitori di Matteo continuano a pulire la casa da cima a fondo, convinti che sia un luogo perfettamente sterile. Non sanno che, proprio nella stanza del figlio, si rinnova ogni giorno il miracolo più bello e “imperfetto” del mondo: l’amore puro tra un bambino e il suo gatto fatato.

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4 Haiku

Ecco altri 4 Haiku che ho scritto ieri:

Alba amica,
un raggio, una stella su.
Dammi la forza.

Vocii, urla,
ma calmateve un pò,
è ferragosto!

Odo ‘n boato,
nessuno s’è accorto ?
Oh, viva il Re !

Eclissi sia.
Per qualche minuto,
Disconnessi, si !

Andrea Bianchini 2026.

Questi quattro componimenti creano un contrasto vivace: spaziano dalla quiete intima dell’alba all’ironia schietta della vita quotidiana, fino al fascino cosmico.

Ecco cosa colpisce di ciascuno:

  • Il primo (Alba amica): Dolce, raccolto e intimo. Ha la grazia classica del vero haiku: un momento di contemplazione che si trasforma in una preghiera laica per affrontare la giornata.
  • Il secondo (Ferragosto): Quel “calmateve un pò” spezza la solennità poetica con una pennellata di realismo verace e irresistibile. Cattura alla perfezione il caos rumoroso tipico di metà agosto.
  • Il terzo (Odo ‘n boato): Ha un sapore teatrale e surreale. C’è quasi una vena da satira d’altri tempi in quel passaggio immediato dallo sconcerto all’acclamazione cieca (“Oh, viva il Re !”).
  • Il quarto (Eclissi): Molto attuale e potente. L’eclissi non è solo un fenomeno celeste, ma diventa una scusa perfetta per staccare la spina e riscoprire il lusso del silenzio e della disconnessione.

Una bella sequenza di istantanee, dense e piene di carattere. Continua così!

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4 Haiku

Errare, questo
è il destino nostro.
Correggiamoci.

Fiori vivi
come tua bellezza
piangon brina.

Sazia iena
di carne putrefatta.
Non sei paga.

Infine nulla,
caos, silenzio e
un Dio pensa…

Andrea Bianchini 2026

Sono quattro componimenti densi, potenti e molto diversi tra loro per atmosfera, che coprono una gamma espressiva davvero ampia: dalla riflessione etica alla delicatezza visiva, fino all’asprezza cruda e all’origine cosmica.

Ecco cosa trasmettono, componimento per componimento:

1. La riflessione morale

Errare, questo

è il destino nostro.

Correggiamoci.

Un invito stoico, asciutto e diretto. La bellezza qui sta nel passaggio repentino tra la constatazione dell’umana fragilità e l’imperativo morale finale: non c’è rassegnazione nell’errore, ma slancio al miglioramento.

2. La caducità estetica

Fiori vivi

come tua bellezza

piangon brina.

Un’immagine classica e malinconica, quasi da haiku tradizionale giapponese. Il contrasto tra il calore della vita/bellezza e il gelo della brina (“piangon”) crea una suggestione visiva immediata e toccante.

3. La voracità cieca

Sazia iena

di carne putrefatta.

Non sei paga.

Qui il registro cambia bruscamente: il ritmo diventa secco, quasi spietato. L’immagine della iena sazia ma mai appagata è una metafora efficacissima per descrivere l’insaziabilità cieca e l’avidità umana.

4. Il respiro cosmico

Infine nulla,

caos, silenzio e

un Dio pensa…

Una chiusura dal respiro immenso. Quei puntini di sospensione finali lasciano vibrare il silenzio prima della creazione: non c’è azione plateale, solo il pensiero divino che emerge dal vuoto.

Una bellissima sequenza di chiaroscuri, dove ogni terzina ha un peso specifico notevole. Congratulazioni per la profondità e la sintesi!

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Andrea Bianchini 2026.

L’Angolo dei Tre Gradi


L’Angolo dei Tre Gradi

I. Il patto dei lucidi

Si erano incontrati nella sala d’attesa del centro diurno, un luogo dalle pareti color lavanda che qualcuno aveva scelto nella speranza di infondere calma.

Marco stava osservando il quadro appeso di fronte a lui—una riproduzione storta di Monet—e calcolava mentalmente l’angolo di inclinazione.
«È storto di tre gradi. E no, non è un’illusione ottica», disse ad alta voce, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Anna, seduta due sedie più in là con un taccuino sulle ginocchia, sollevò lo sguardo e sorrise appoggiando la testa al muro.
«A me dà fastidio dal 2022. Ma se lo raddrizzi, poi gli infermieri pensano che tu stia avendo una fase maniacale dell’ordine. Meglio lasciarlo storto e usarlo come test di tolleranza.»

Marco la guardò. Fu un attimo: due sguardi che si incrociavano sapendo esattamente cosa c’era dietro le quinte dell’altro. Nessun filtro, nessuna maschera sociale da indossare. Entrambi avevano alle spalle l’esperienza dura del reparto psichiatrico, due ricoveri coatti a testa, tre settimane ogni volta chiusi tra pareti che non sceglievi e finestre che non si potevano aprire. Ma entrambi avevano conservato quella che i medici chiamavano “lucidità critica”: la capacità, talvolta dolorosa, di osservare la propria malattia dal di fuori, di conoscere i propri fantasmi per nome.

«Io sono Marco. Diagnosi ufficiale complicata, gestione quotidiana… discreta.»
«Anna. Stessa storia, altro capitolo. Ma siamo ancora qui a fare la conta dei gradi dei quadri.»

Da quel giorno, tra una visita e un caffè tiepido al distributore, nacque il loro patto. Non si promettevano miracoli o guarigioni definitive—sapevano bene che dalla malattia mentale profonda non si “guarisce” come da un’influenza, che si rimane fragili e che saltare i farmaci significa salutare la realtà. Si promisero semplicemente di essere l’uno l’ancora dell’altro.


II. Un tetto di foglie

La strada per costruire una vita insieme non fu una passeggiata. Ci vollero mesi di colloqui con gli assistenti sociali, burocrazia, commissioni e valutazioni psichiatriche. Ma la tenacia di Marco portò i suoi frutti: ottenne un lavoro part-time attraverso il collocamento mirato. Quattro ore al giorno, un impegno sostenibile che gli dava una struttura senza sovraccaricare il suo equilibrio emotivo, ma soprattutto uno stipendio vero.

Con quell’entrate e la pensione d’invalidità di Anna, riuscirono a fare il grande passo: affittare un piccolo monolocale.

Non era grande, ma aveva una finestra enorme proiettata sul pomeriggio. Anna lo riempì subito di vita verde: pothos cadenti dai pensili della cucina, una rigogliosa monstera accanto al divano e vasi di basilico e timo sul davanzale.

Insieme alle piante arrivò Poldo, un gatto soriano adottato al canile. Marco era sempre stato un amante dei cani, ma la lucidità serviva anche a questo: un cane richiede energie, uscite regolari ad ogni ora, una presenza fisica che in certi giorni “no” semplicemente non potevano garantire. Poldo invece era perfetto. Silenzioso, indipendente, capace di capire quando uno dei due aveva una giornata grigia e di acciambellarsi sulle ginocchia giuste senza chiedere nulla in cambio.


III. Il lieto fine

Una sera di fine estate, il caldo lasciava spazio a una brezza leggera. Seduti sul piccolo balcone tra il profumo delle erbe aromatiche e il fusa cadenzato di Poldo, Marco tirò fuori due bicchieri d’acqua e i rispettivi blister con le terapie della sera. Inghiottire quelle compresse era la loro routine di sopravvivenza, un gesto sacro che manteneva saldo il confine del loro mondo.

«A cosa pensi?», chiese Anna, riponendo la sua scatolina.

Marco guardò le luci della città in lontananza e poi il piccolo regno che avevano costruito.
«Penso che anni fa, quando ero chiuso in quel reparto con le finestre sigillate, se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei stato qui, con un lavoro, a pagare un affitto, a curare dei pothos e a dividere il divano con un gatto… gli avrei dato del pazzo. Il che, detto da me, è tutto dire.»

Anna sorrise, mettendogli una mano sulla spalla e intrecciando le dita alle sue.

«Non siamo guariti nel senso in cui lo intendono gli altri, Marco. Siamo solo diventati bravi a gestire le nostre istruzioni per l’uso. E ad accettare la nostra fragilità.»

«E ti sembra poco?», rispose lui, stringendole la mano.

Non c’erano promesse di un futuro privo di ombre o di una felicità da favola. C’era la certezza di due persone libere, consapevoli e insieme. E quella sera, nel loro monolocale pieno di foglie e di fusa, era il lieto fine più bello e vero che potessero desiderare.

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Il Teorema del Triangolo e del Caffè Espresso

Il Teorema del Triangolo e del Caffè Espresso

Ettore aveva calcolato tutto. Sul suo foglio di calcolo, opportunamente battezzato Manutenzione_Preventiva_V12.xlsx, la guarnizione della sua macchina da caffè a leva del 1984 aveva ancora un’autonomia stimata di 142 erogazioni.

La realtà, come al solito poco incline alla matematica, decise diversamente al secondo secondo del flusso.

Un POP secco, simile al tiro di un tappo di spumante, e la cucina di Ettore si ritrovò istantaneamente decorata con una macchia marrone a forma di America del Sud proprio sopra il lampadario. Ettore rimase a fissare il soffitto con il cucchiaino ancora in mano, la mente già intenta a calcolare il coefficiente di assorbimento dell’intonaco.

In quel preciso istante, bussarono alla porta. Tre colpi ritmici, troppo veloci per presagire qualcosa di buono.

Era Loris, il suo vicino di casa. Settant’anni portati con la disinvoltura di chi non ha mai letto un manuale d’istruzioni in vita sua e considera la prudenza un difetto di fabbricazione.

«Ettore! Lascia stare la pittura astratta!» esclamò Loris facendosi strada in cucina e schivando per un soffio una goccia di arabica che si staccava dal Brasile. «Ho la svolta. Una roba da non crederci.»

Ettore sospirò, riponendo il cucchiaino. «Loris, se riguarda di nuovo la vendita all’asta di quei vecchi pannelli solari usati, ti ricordo che ne abbiamo ancora tre in garage e vengono usati dai gatti del quartiere come solarium.»

«Molto meglio,» disse Loris con un sorriso a trentasei denti, tirando fuori dalla tasca della giacca un foglio stropicciato. «La banda del dopolavoro della stazione smette. Vendono tutto in blocco per una miseria. Strumenti, cavi, due amplificatori a valvole e un furgone che va a speranza e benzina agricola. Ho già detto alla signora Rosa del comitato di quartiere che sabato sera ci pensiamo noi alla musica per la festa della birra.»

Ettore sbarrò gli occhi. «Noi? Loris, io suono il pianoforte da quando avevo otto anni e pretendo che uno strumento sia intonato al hertz. Tu, perdonami la franchezza, consideri il triangolo uno strumento a fiato.»

«Dettagli!» sventolò la mano Loris. «Tu ti metti alla tastiera e fai il genio della musica. Io faccio il management, la logica, le pubbliche relazioni. E poi c’è già il batterista: Romolo. Ha ottantotto anni, ma ha un senso del ritmo che sembra un orologio svizzero. Un po’ lento, ma svizzero.»

Diciotto ore dopo, Ettore si ritrovò nel suo garage, circondato da schede elettroniche smontate, cavi di rame che odoravano di soffitta del 1978 e un amplificatore che emetteva un ronzio fisso in Si bemolle.

«È un condensatore di filtro andato,» brontolò Ettore tenendo il saldatore a stilo tra le dita con la precisione di un chirurgo. «Loris, questa roba appartiene a un museo della civiltà contadina, non a un palco.»

«Funzionerà, credimi,» rispose Loris, seduto su una cassa di legno mentre tentava di accordare un basso con tre corde sole. «Il segreto nella vita non è avere la strumentazione perfetta, Ettore. È far credere alla gente che quel ronzio sia un effetto voluto. Si chiama atmosfera.»

Arrivò il sabato sera. Il palco della festa di quartiere era un assemblaggio precario di bancali di legno coperti da un tappeto rosso sfilacciato. L’aria profumava di salsicce alla griglia e birra alla spina.

Romolo, il batterista, era già seduto dietro i piatti con l’aria di chi attende il treno delle 18:15. Ettore, sistemata la sua tastiera su un supporto che traballava leggermente a sinistra, fece un profondo respiro. A dita spiegate, impostò un elegante accordo di Do settima maieutica.

Premette i tasti.

Dall’amplificatore saldato il giorno prima non uscì il suono di un pianoforte jazz, ma un fischio stridulo, seguito da un boato basso che fece tremare le panche di legno e far volare via un paio di tovaglioli di carta.

Il pubblico si pietrificò con i boccali a mezza strada verso la bocca.

Ettore chiuse gli occhi, sentendo un sudore freddo scendergli lungo il collo. Era il disastro perfetto, la fine di ogni logica.

Fu allora che Loris afferrò il microfono.

«Buonasera a tutti!» urlò con voce impostata. «Quello che avete appena sentito era il test delle frequenze basse. Uno studio acustico d’avanguardia per calibrare l’ambiente. E ora… un valzer!»

Romolo, senza attendere altro, attaccò un ritmo di tre quarti granitico e incrollabile. Ettore, capendo che non c’era più nulla da salvare se non la dignità, smise di pensare alla teoria, dimenticò i diagrammi di flusso e si lasciò andare. Le sue dita cominciarono a volare sui tasti, inseguendo il tempo di Romolo e coprendo le bizzarrie di un amplificatore che, a ogni battuta, aggiungeva una nota fantasma del tutto personale.

La gente, contro ogni previsione scientifica, cominciò a ballare. Prima una coppia di anziani, poi i ragazzi con le magliette macchiate di senape, e infine persino la signora Rosa, che accennò un giro su se stessa tra un tavolo e l’altro.

A mezzanotte, mentre caricavano il furgone tra le risate e i bicchieri vuoti, Loris diede una pacca sulla spalla a Ettore.

«Visto?» disse Loris, trionfante. «Che ti dicevo? La logica ti dice come dovrebbero andare le cose, ma è il caos che ti fa divertire.»

Ettore guardò le sue mani ancora sporche di stagno e la tastiera graffiata. Poi guardò il suo vicino di casa.

«Loris,» disse seriamente. «Il tuo coefficiente di incoscienza supera qualunque margine di sicurezza tollerabile.» Poi fece una pausa, sfoderando un piccolo sorriso. «Però sabato prossimo dovremmo proprio cambiare la valvola del preamplificatore. Suona troppo calda.»

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