Il Signor John viene rifiutato dalla società

Il signor John sedeva sulla sua solita panchina al parco, osservando il viavai della città che, quel mattino, sembrava aver fretta di dimenticarlo. Aveva indossato il suo abito migliore, quello grigio fumo con i bottoni d’ottone, convinto che per far parte del mondo bastasse presentarsi con ordine.

Eppure, ogni suo tentativo di interazione veniva respinto con gelida efficienza. Al caffè, il cameriere aveva servito tre persone arrivate dopo di lui, lasciando il suo baccano interiore inascoltato. Alla biblioteca comunale, l’impiegata aveva scosso la testa senza alzare lo sguardo: il suo tesserino, seppur rinnovato, risultava “non conforme ai nuovi standard digitali”. Persino il vecchio barbiere, che di solito lo accoglieva con un cenno, aveva esposto il cartello Chiuso per cambio gestione proprio mentre lui poggiava la mano sulla maniglia.

La società si era mossa in avanti, rapida e invisibile, cambiando le parole d’ordine e i codici d’accesso senza lasciargli un biglietto di istruzioni.

Il signor John si strinse nelle spalle, raddrizzò la schiena e decise che, se la società non lo voleva, avrebbe semplicemente fondato una repubblica indipendente nel perimetro del suo salotto. Almeno lì, il tè veniva servito sempre al momento giusto.

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Il lato oscuro dell’Uccello-Grillo

Il lato oscuro dell’Uccello-Grillo

All’inizio, a Vallepiatta, tutti avevano riso. Quando l’Uccello-Grillo aveva preso di mira il Sindaco e le sue delibere strampalate, la piazza lo aveva eletto a paladino del popolo. Ma il problema delle creature che parlano senza filtri è che, spesso, non hanno una bussola morale. Hanno solo un pubblico da compiacere.

Ben presto, l’animale capì che per ricevere attenzione non serviva scovare faticosi segreti d’ufficio. Bastava solleticare la pancia della piazza, l’istinto più basso della folla: la paura e lo scherno verso il diverso.

Il frinire della creatura cambiò tono. Diventò stridulo, velenoso.

La strategia del fango

Un pomeriggio, mentre Marco e Alessandro passeggiavano mano nella mano lungo il viale del parco, l’Uccello-Grillo balzò su un lampione.

«Cric-crac! Guarda i due galli senza pollaio, che bel guaio! Cric-crac!»

Pochi giorni dopo, quando Luna – una ragazza trans del quartiere – passò davanti al bar per andare al lavoro, l’animale sbatte l’esoscheletro contro il tronco e gracchiò una filastrocca crudele sul suo aspetto, riducendo la sua identità a una barzelletta da osteria.

E non si fermò lì. Preso dal delirio di onnipotenza, l’Uccello-Grillo cominciò a prendere di mira chiunque non rientrasse in una rigida “normalità”: ironizzò sulla carrozzina di un anziano ex operaio, imitò la balbuzie del figlio del fornaio, trasformò le fragilità di Vallepiatta nel suo repertorio quotidiano.

La cosa più spaventosa? Una parte della città smise di indignarsi e cominciò a ridere. Il pregiudizio, se cantato da una creatura bizzarra, sembrava quasi sdoganato. “Dice solo quello che pensano tutti”, sussurrava qualcuno nei vicoli.

La reazione del Potere Locale

Il Sindaco Del Gesso, che era un vecchio volpone della politica, capì immediatamente la situazione. Da uomo di potere, sapeva che non c’era strumento migliore delle divisioni sociali per distrarre i cittadini dai veri problemi (come le tasse alte e i servizi inefficienti).

Invece di mandare i vigili con i retini, il Comune cambiò strategia: lo tollerò, anzi, lo protesse.

Finché l’Uccello-Grillo bersagliava i gay, le persone trans o i disabili, la folla era troppo impegnata a ridere e a discriminare per accorgersi che il Sindaco stava approvando il famoso parcheggio privato nel parco. Il potere locale usò la viltà del grillo come uno scudo fumogeno. Quando l’opposizione chiedeva conto delle discriminazioni in città, il Sindaco si stringeva nelle spalle: «È solo la natura, c’è libertà di espressione!».

L’Uccello-Grillo era diventato, senza nemmeno rendersene conto, lo strumento più efficace del potere locale: il giullare distruttivo che manteneva lo status quo.

Il risveglio della comunità

La svolta non arrivò dalle istituzioni, ma da chi aveva subito il fango.

Luna, Marco, Alessandro, l’anziano operaio e le loro famiglie decisero che il silenzio non era più un’opzione. Non chiesero l’aiuto del Comune – sapevano che era complice – ma si organizzarono. Una mattina, si presentarono sotto il grande platano. Non portavano reti, fionde o violenza. Portavano dei grandi cartelli bianchi con scritti i loro nomi, le loro storie e i loro volti.

Quando l’Uccello-Grillo si affacciò sul ramo, pronto a lanciare il solito insulto in rima per far ridere i passanti, trovò una barriera di dignità. Provò a gracchiare: «Cric-crac! Guarda la sfilata dei…»

Ma Luna lo interruppe, parlando con un megafono: «Gridi pure, ma le tue piume verdi non nascondono il fatto che sei solo un codardo. Te la prendi con noi perché non puoi colpire chi sta in alto. Sei il megafono di chi ci vuole deboli».

I passanti si fermarono. Il contrasto era evidente: da una parte persone reali, con le loro fatiche e la loro umanità; dall’altra un ibrido grottesco che sputava veleno per elemosinare un briciolo di attenzione. La risata della piazza si spense, sostituita da un freddo imbarazzo. Anche chi prima rideva, quel giorno provò vergogna.

L’epilogo

Privato del carburante della complicità popolare, l’Uccello-Grillo perse la sua forza. Senza nessuno che ridesse alle sue battute, il suo frinire divenne un rumore molesto e solitario. Il potere locale, vedendo che l’animale non serviva più a distrarre la massa, gli girò le spalle dall’oggi al domani.

Rimasto solo sul platano spoglio, l’Uccello-Grillo capì che Vallepiatta era diventata troppo matura per i suoi insulti. Spiegò le ali chinate e volò via, scomparendo all’orizzonte, in cerca di qualche altro paese abbastanza arretrato da scambiare la cattiveria per libertà.

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Memoria

Memoria

Foto, pensieri, musiche d’altri tempi
come macchine d’epoca ci ricordano
il valore della memoria.
Senza passato non c’è futuro…

Andrea Bianchini 2026.

Filastrocca degli animali

Filastrocca degli animali

Se la giornata si fa un poco scura,
esci all’aperto e cerca la natura.
C’è un grande albero fermo sul sentiero,
che ascolta zitto ogni tuo pensiero.

Lui non giudica, non fa domande,
ti offre un’ombra fresca e grande,
e tra le foglie muove una canzona
che ti sussurra: “La vita è ancora buona”.

Se il cuore è triste e ti senti solo,
guarda una rondine che spicca il volo,
o quel cagnolino col naso bagnato
che ti cammina felice di fianco nel prato.

Un gatto che si accoccola vicino,
diventa un faro nel tuo cammino;
con le sue fusa fatte di velluto,
ti stringe la mano e ti porge l’aiuto.

Loro non parlano la nostra lingua,
ma sanno come la pena si estingua.
Non serve un “perché”, non serve spiegare,
gli animali san solo restare.

Compagni fedeli di tutta una vita,
una promessa che non è mai finita.
Se il mondo là fuori ti sembra impazzito,
la terra ti culla, il bosco è un amico.

Chiudi gli occhi e stringi quel manto:
la noia scompare, svanisce il pianto.
La natura è una casa col tetto di stelle,
che rende le cose più calde e più belle.

Questa è una storia delicata e potente, che parla di radici profonde, di un amore che non si limita a proteggere, ma che prepara alla vita.
Ecco il racconto di Steve.

Il seme dell’autonomia

Per i genitori di Steve, Anna e Roberto, l’amore non era mai stato un sentimento passivo. Quando Steve nacque con la sindrome di Down, molti dissero loro, con sguardi compassionevoli: “Dovrete prendervi cura di lui per sempre”. Ma Anna e Roberto, dopo il primo momento di smarrimento, decisero che il verbo “proteggere” doveva essere sostituito da un altro, molto più difficile: “insegnare”.
Fin da bambino, la loro casa a Pesaro divenne una palestra di vita. Mentre il mondo esterno tendeva a fare le cose al posto di Steve, a casa vigeva una regola diversa: “Provaci tu, Steve”.

  • Allacciarsi le scarpe richiedeva venti minuti? Si partiva venti minuti prima.
  • Preparare lo zaino per la scuola sembrava un’impresa? Si faceva insieme, un pezzo alla volta, finché Steve non ricordava da solo dove andasse il quaderno di matematica.
    L’amore di Anna e Roberto non era una campana di vetro, ma una rete di sicurezza. Steve sapeva che poteva cadere, perché le loro mani erano sempre pronte a rialzarlo, ma sapeva anche che il passo successivo avrebbe dovuto farlo con le sue gambe. Imparò a prendere l’autobus, a contare il resto del pane, a cucinare un piatto di pasta semplice. Soprattutto, imparò a fidarsi di se stesso.

La tempesta

Il vero test, quello che nessun genitore vorrebbe mai sottoporre al proprio figlio, arrivò all’improvviso. Steve aveva ventiquattro anni quando, a causa di un tragico incidente d’auto stradale, perse sia la madre che il padre nel giro di una notte.
Il mondo di Steve si frantumò. Niente ti prepara al vuoto lasciato dalle persone che sono state il tuo baricentro. Gli zii e gli assistenti sociali si strinsero intorno a lui, preoccupati. Si parlò subito di istituti, di strutture protette. C’era il timore diffuso che Steve, senza la guida costante di Anna e Roberto, potesse perdersi per sempre nel dolore e nella confusione.
Ma chi pensava questo, non aveva fatto i conti con l’eredità che i suoi genitori gli avevano lasciato. Una sera, mentre la zia cercava di preparargli la cena in una cucina troppo silenziosa, Steve le si avvicinò, le prese delicatamente la mano e le disse con la sua voce profonda e un sorriso accennato: “Faccio io, zia. Mamma mi ha insegnato”.

L’eredità dell’amore

Sopravvivere al dolore fu un percorso lungo, fatto di lacrime silenziose la sera e di foto accarezzate sul comodino. Ma Steve non crollò.
Grazie al supporto discreto della sua famiglia e degli educatori – che non si sostituirono a lui, ma rispettarono il lavoro già fatto – Steve rimase a vivere nel suo appartamento.
Oggi Steve ha trent’anni. Ha un lavoro part-time in una cooperativa locale dove si occupa di logistica, un compito che richiede precisione e che lui svolge con un orgoglio immenso. Ha i suoi ritmi, le sue passioni, la sua routine. Ogni martedì va a fare la spesa da solo, con la lista scritta sul telefono, e il venerdì sera invita i suoi amici a casa per guardare un film o ascoltare musica.
Steve è un uomo con la sindrome di Down, sì. Le difficoltà ci sono, e alcune giornate richiedono più energia di altre. Ma Steve è, prima di tutto, una persona autonoma.
Quando cammina per le strade della sua città, con il passo sicuro di chi sa dove sta andando, non è mai davvero solo. In ogni bottone che si allaccia, in ogni scelta che compie, in ogni sorriso che rivolge al futuro, vive il vero amore dei suoi genitori. Un amore che non lo ha incatenato al bisogno, ma che gli ha regalato le ali per volare da solo.

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Alba

Alba

Uno sbuffo di luce
poi un raggio, poi un’altro
e ecco la falce infuocata
di tiepido calore
che lentamente aumenta
la distesa di mare
diventa dorata
le nubi si colorano
rosso giallo violetto
benvenuto nuovo giorno
che scacci l’oscurità
con i suoi sogni
belli o brutti
che iniziano ad evaporare.

Andrea Bianchini 2026.

Il Signor John litiga con Debby

Il cielo sopra la città aveva il colore metallico e stanco delle mattine d’oggi, un grigio che non prometteva né pioggia né sole. All’interno dell’appartamento, il Signor John fissava il fondo della sua tazza. Quello che una volta era un rito sacro, il caffè del mattino, si era trasformato in un infuso tiepido dall’aroma vago e un po’ chimico. I generi alimentari erano diventati tessere di un mosaico scadente: prezzi esorbitanti per cibo che sembrava finto, privo di sapore, quasi di plastica.

I tempi erano duri. E lo stress, come un’umidità sottile, era penetrato nelle ossa di tutti. Persino chi, come il Signor John, aveva messo da parte una vita di risparmi e possedeva cifre che un tempo avrebbero garantito il lusso, si trovava con le mani legate. I soldi non avevano più quel valore intrinseco, quella solidità di una volta. Erano numeri su uno schermo, incapaci di comprare la qualità, la sicurezza o, semplicemente, la pace.

Debby entrò in cucina con il passo pesante di chi non ha dormito bene. Anche lei risentiva di quel clima sospeso. Accese la televisione e lo schermo rimandò le solite, drammatiche immagini del fronte. Una guerra che sembrava non finire mai, un rullo compressore che macinava vite e speranze a poche migliaia di chilometri da lì, influenzando ogni singolo respiro della loro quotidianità.

«Ancora bombe», mormorò Debby, stringendosi nelle spalle. «Bisogna che la piantino. Tutti. Devono fermarsi, deporre le armi e basta. Questa follia pacifista che manca nel mondo ci sta distruggendo».

Il Signor John posò la tazza con un colpo secco sul tavolo. Le sue vene compresero subito l’adrenalina della frustrazione accumulata in mesi di privazioni.

«”Deporre le armi”, Debby? È facile dirlo da qui!» sbottò il Signor John, la voce insolitamente tesa. «Gli Ucraini stanno difendendo la loro terra, le loro case, la loro libertà! Se smettono di combattere loro, l’Ucraina scompare. Io sto con loro, senza se e senza ma. Hanno il diritto e il dovere di resistere!»

Debby si voltò di scatto, gli occhi lucidi di rabbia e stanchezza. «E a cosa serve resistere se il risultato è la distruzione totale? Il pacifismo non è vigliaccheria, Signor John! È l’unica via d’uscita logica prima che salti in aria l’intero pianeta. Continuare a mandare armi serve solo a ingrassare chi le produce, mentre noi mangiamo spazzatura e viviamo nel terrore!»

«Tu la fai troppo facile con il tuo pacifismo a oltranza!» replicò lui, alzandosi in piedi. «C’è un aggressore e c’è un aggredito. Voltarsi dall’altra parte non è pace, è complicità!»

«Non mi volto dall’altra parte! Io guardo in faccia la realtà!» gridò Debby, con la voce che le tremava per l’emozione. «Guarda come siamo ridotti! Non c’è più valore in nulla, non c’è futuro, lo stress ci sta mangiando vivi e tu vuoi altra guerra?»

Le parole rimasero sospese nell’aria, pesanti e taglienti. I due si fissarono, entrambi col fiatone, sorpresi dalla violenza verbale che era appena esplosa tra loro. Non stavano litigando solo sulla geopolitica; stavano scaricando l’uno sull’altra il peso di un mondo che sembrava impazzito, l’impotenza di fronte al carovita, la tristezza per quel cibo senza sapore e la paura del domani.

Il silenzio che seguì fu quasi doloroso.

Il Signor John guardò Debby. Notò le occhiaie profonde sul suo viso e il modo in cui stringeva i pugni per non piangere. Sentì una fitta al cuore.

Fece un lungo respiro, abbassò le spalle e fece un passo verso di lei.

«Debby…» disse, con un tono di voce che era tornato a essere quello profondo e calmo di sempre. «Scusami. Ho esagerato. Non volevo aggredirti».

Debby lo guardò, l’espressione che passava dalla rabbia a una profonda vulnerabilità. «Anche io ho esagerato, Signor John. È che… sono così stanca. Tutto sembra andare a rotoli».

«Lo so», rispose il Signor John, avvicinandosi ancora e prendendole delicatamente le mani. Le sue dita erano fredde. «Siamo tutti sotto pressione. La situazione là fuori è terribile, e ognuno di noi la metabolizza come può. Tu vuoi la fine del sofferto dolore attraverso la pace immediata, io vorrei vedere la giustizia trionfare per chi soffre. In fondo, vogliamo entrambi la stessa cosa: che questa oscurità finisca».

Debby accennò un timido sorriso, lasciando andare la tensione. «Sì. Vogliamo solo tornare a respirare».

Il Signor John la stringeva in un abbraccio caldo, un rifugio sicuro contro la follia del mondo esterno. Rimasero così per qualche minuto, lasciando che il battito regolare dei loro cuori calmasse i pensieri.

«Senti», disse poi il Signor John, sciogliendo l’abbraccio con un barlume di complicità negli occhi. «Visto che i nostri soldi elettronici non possono comprarci una tazza di caffè decente al bar, e visto che il cibo della dispensa fa piangere… che ne dici se usiamo l’unica cosa di vero valore che ci è rimasta?»

«Cioè?» chiese Debby, incuriosita.

«Il nostro tempo. E quel vecchio pacchetto di biscotti artigianali che avevamo nascosto in fondo alla credenza per le “grandi occasioni”. Direi che essere sopravvissuti a un litigio globale sia un’occasione da festeggiare».

Debby scoppiò in una risata genuina, la prima da molti giorni. «Direi di sì. Prepara l’infuso peggiore del mondo, Signor John. Ci penseranno i biscotti e noi a renderlo speciale».

Seduti di nuovo al tavolo, mentre fuori il cielo grigio cominciava a essere perforato da un timido raggio di sole, il Signor John e Debby ritrovarono il loro equilibrio. Il mondo fuori era ancora duro e incerto, ma dentro quella cucina, la comprensione e l’affetto avevano vinto. E per quella mattina, era tutto ciò che contava.

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Requiem

Requiem

Il ramo è secco,
non potrà più
ricongiungersi alla pianta,
nessuna linfa sarà capace
di riportarlo in vita.
Giace a terra
preda dell’uomo
che ne farà
legna da ardere.

Andrea Bianchini 2926.

Una vita

Il sole di giugno tagliava a fette la penombra del soggiorno, illuminando una catasta di fogli stampati, tre vecchie tastiere impilate e una chitarra appoggiata al divano. Per l’uomo che sedeva al centro di quel caos, ogni giorno era un delicato esercizio di equilibrismo. Fino al 2015, la sua vita era stata regolata dalle leggi ferree dei diagrammi di flusso e dei codici di programmazione; poi, un sovraccarico devastante del sistema nervoso — un cortocircuito psichiatrico che la medicina faticava a catalogare — aveva strappato via i vecchi schemi, lasciandolo senza la qualifica di ingegnere ma con un’assoluta e vitale necessità di silenzio.

Da quel crollo, il menage quotidiano si era ridotto all’essenziale. Non potendo più reggere i ritmi del mondo produttivo, l’ex ingegnere aveva scoperto che l’unico modo per non impazzire, per svuotare quella mente che viaggiava a una velocità troppo alta, era rifugiarsi in due attività apparentemente strampalate, ma terapeutiche: la scrittura e la musica.

All’inizio, nel 2015, le sue composizioni erano frammenti caotici, grumi di note dissonanti che riflettevano il disordine della sua mente. I suoi libri erano storie bizzarre, piene di paradossi temporali e alieni invisibili, scritte più per scaricare la tensione che per essere capite. Ma anno dopo anno, a forza di battere sui tasti della pianola e su quelli del computer, era accaduto un piccolo miracolo biologico.

La pratica costante del pianoforte e della chitarra era diventata una neuro-modulazione terapeutica. Ogni scala eseguita con precisione, ogni accordo jazz cercato e trovato, agiva come un balsamo sul suo sistema nervoso ipereccitato. Dal 2015 al 2026, i miglioramenti erano stati lievissimi, quasi impercettibili giorno dopo giorno, ma costanti. Le sue dita erano diventate più fluide, i suoi pezzi musicali cominciavano ad avere una struttura, un’armonia vellutata che persino i pochi ascoltatori sul suo canale web riuscivano ad apprezzare. La scrittura si era fatta più nitida, pur mantenendo quel tocco surreale che era il suo marchio di fabbrica. La musica e la letteratura lo avevano salvato, tenendo a bada i mostri del sovraccarico psichico.

Fino a quella sera d’estate del 2026.

L’ex ingegnere aveva appena terminato una complessa sessione di improvvisazione al pianoforte. Le vibrazioni dell’ultimo accordo di minore settima stavano ancora svanendo nell’aria quando, improvvisamente, sentì un silenzio diverso. Non era il solito vuoto mentale post-allenamento; era una lucidità assoluta, tagliente, che portava con sé una domanda rimandata per undici anni.

Davanti a lui, sul leggio, c’erano due soli oggetti: una piccola croce di legno che apparteneva a sua madre e un libro dalla copertina bianca sulla filosofia orientale.

In quel momento di calma perfetta, il sistema nervoso dell’artista si trovò davanti al Conflitto finale, lo snodo cruciale di tutta la sua seconda vita: Dio o lo Zen?

Da un lato c’era la via del Dio personale, il Dio della sua infanzia e della tradizione, un’entità superiore a cui gridare nei momenti di disperazione, un Padre a cui chiedere conforto e senso per quella sofferenza psichica che lo aveva colpito. Scegliere Dio significava accettare il mistero del dolore, credere che il suo crollo del 2015 facesse parte di un disegno più grande e che la musica fosse un dono divino per guarire la sua anima.

Dall’altro lato c’era la via dello Zen, il sentiero del vuoto assoluto e della dissoluzione dell’Io. Scegliere lo Zen significava riconoscere che non c’era nessun disegno, nessun dramma da interpretare; la sua mente malata era solo un fenomeno biologico, e il pianoforte lo strumento per raggiungere il Satori, la presenza pura nel qui e ora. Nello Zen non c’era un Dio a cui chiedere aiuto, ma c’era l’estinzione del rumore di fondo, l’armonia perfetta tra il battito del cuore e la nota successiva sul pentagramma.

L’orologio a muro scandiva i secondi. Per un uomo abituato alla logica binaria dei computer (0 o 1, Vero o Falso), quel bivio sembrava insormontabile. Se si abbandonava a Dio, cercava una relazione e una salvezza esterna; se abbracciava lo Zen, cercava l’autodisciplina e l’annullamento del pensiero all’interno di se stesso.

L’ex ingegnere guardò le sue mani sulla tastiera, le stesse mani che per anni avevano tremato per l’ansia e che ora, grazie alla musica, erano ferme e sapienti. Sorrise di un sorriso strampalato, lo sguardo perso oltre la finestra verso il cielo stellato.

Forse la risposta al Conflitto non stava nella scelta, ma nella sovrapposizione degli stati, come nella fisica quantistica che tanto lo affascinava. Quando suonava un pezzo jazz, la precisione geometrica dello Zen si univa al calore mistico di una preghiera a Dio. In quel salotto, mentre le dita sfioravano nuovamente i tasti bianchi e neri per dare inizio a una nuova melodia, l’ingegnere capì che la sua musica era l’unico punto dell’universo in cui Dio e lo Zen potevano finalmente smettere di farsi la guerra.

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Il Signor John Collezionista di Nuvole

Il Signor John Collezionista di Nuvole

Il signor John sedeva sulla solita panchina di legno verde, all’ombra del grande acero che dominava il parco. Tra le mani stringeva una tazza termica di caffè lungo e un vecchio libro di saggistica, ma la sua attenzione era totalmente rapita da un turbine di riccioli biondi e scarpe da ginnastica luminose che correva sul prato.

Debby stava descrivendo cerchi perfetti nell’erba, con le braccia spalancate come se stesse pilotando un aeroplano invisibile. All’improvviso si bloccò, puntò il ditino verso l’alto e rimase immobile, come una statua colta da un’improvvisa illuminazione.

Poi, si girò e corse verso la panchina. I suoi passetti veloci risuonavano sul vialetto di ghiaia.

«Signor John! Signor John, presto! Guardi lassù!» esclamò, arrampicandosi sulla panchina con l’agilità di un gatto e sedendosi proprio accanto a lui, le gambette che dondolavano nel vuoto.

Il Signor John chiuse il libro, tenendo il segno con il pollice, e sollevò lo sguardo verso il cielo terso di giugno, dove galleggiavano poche nuvole bianche e sfilacciate. «Cosa c’è di bello lassù, Debby?»

«Quella! Vede quella nuvola grande vicino al campanile? È un dinosauro. Ma non uno di quelli cattivi che fanno paura, eh? È un dinosauro che mangia lo zucchero filato. Vede la coda?»

Il Signor John si sistemò gli occhiali sul naso e strinse gli occhi, osservando la massa informe di vapore. A sessant’anni, il cielo a volte rischia di diventare solo “previsioni del tempo”, ma con Debby accanto era diverso. «Sai che hai ragione? C’è proprio una coda. E mi sembra che stia anche sorridendo.»

«Visto?» Debby batté le mani, soddisfatta. Poi il suo viso si rabbuiò un po’, attraversato da quella serietà improvvisa e profonda che solo i bambini sanno avere. «Però il vento la sta portando via. Tra poco non ci sarà più. Le nuvole si sciolgono sempre, Signor John. È un peccato.»

Il Signor John guardò la bambina. Sentì una morsa familiare al cuore, quella sottile malinconia legata alle cose che passano, al tempo che scorre e che lui, alla sua età, sentiva pesare in modo diverso. Ma guardando Debby, gli venne in mente un’idea.

«E chi l’ha detto che si sciolgono e basta?» disse il Signor John, abbassando la voce come se stesse rivelando un segreto di stato.

Debby spalancò gli occhi rotondi. «Perché, dove vanno?»

«Beh, devi sapere che io ho un lavoro segreto,» sussurrò il Signor John. «Io sono un Collezionista di Nuvole.»

«Un colle… che?»

«Un collezionista. Significa che quando vedo una nuvola davvero speciale, come il tuo dinosauro dello zucchero filato, io la prendo e la metto al sicuro, così non si perde mai.»

Debby lo guardò tra il diffidente e l’estasiato. «Ma le nuvole sono fatte di fumo e cielo! Non si possono toccare, le mani ci passano dentro. Come fai a prenderle?»

Il Signor John sorrise, aprì il suo libro a una pagina bianca alla fine del volume, tirò fuori dalla tasca della giacca la sua penna stilografica e la porse a Debby. «Le mani non possono prenderle, è vero. Ma i pensieri e le parole sì. Se noi scriviamo qui come era fatta, dove stava andando e che aspetto aveva, quella nuvola diventerà nostra per sempre. Ogni volta che apriremo questo libro, lei tornerà a volare proprio qui dentro.»

Debby rimase a bocca aperta. Prese la penna con due mani, quasi fosse un oggetto magico. «Davvero?»

«Davvero. Dai, dettami. Come la chiamiamo?»

«Il Dinosauro Pasticcione!» dettò Debby con orgoglio.

Il Signor John prese delicatamente la penna e, con la sua grafia elegante e ferma, scrisse in cima alla pagina: Il Dinosauro Pasticcione. Sotto, disegnò rapidamente un piccolo profilo stilizzato di una nuvola con la coda, mentre Debby lo correggeva con precisione geometrica (“No, la coda è più rotonda, Signor John!”). Poi aggiunse la data di quel pomeriggio.

Quando ebbe finito, il Signor John chiuse il libro con un colpo secco. «Ecco fatto. Salvata. Adesso fa parte della collezione.»

Debby saltò giù dalla panchina, felice come se avesse appena salvato un cucciolo. Guardò il cielo: il vento aveva ormai dissolto la forma del dinosauro, lasciando solo una scia confusa. Ma questa volta non era triste. Sapeva che la sua nuvola era al sicuro, custodita tra le pagine del vecchio libro del Signor John.

«Signor John?» disse la bambina, fermandosi a pochi passi da lui.

«Dimmi, Debby.»

«Domani ne collezioniamo un’altra? Ho visto che là dietro ne sta arrivando una che assomiglia tantissimo a una balena con il cappello.»

Il Signor John guardò la pagina chiusa del libro, poi guardò lei, sentendosi improvvisamente più leggero, come se una parte di quel vapore bianco fosse entrata anche dentro di lui.

«Certamente, Debby. Domani daremo la caccia alla balena.»

https://gemini.google.com/app
Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.

Georgia on my mind

Ecco il testo completo e accordi semplificati di “Georgia on My Mind” di Ray Charles.

Strofa 1

C E7

Georgia, Georgia,

Am F

The whole day through

C A7

Just an old sweet song

D7 G7 C G7

Keeps Georgia on my mind

Strofa 2

C E7

Georgia, Georgia,

Am F

A song of you

C A7

Comes as sweet and clear

D7 G7 C E7

As moonlight through the pines

Ritornello (Il “Bridge”)

Am Dm

Other arms reach out to me

Am F

Other eyes smile tenderly

Am Dm

Still in peaceful dreams I see

Am D7 G7

The road leads back to you

Strofa 3 (Finale)

C E7

Georgia, Georgia,

Am F

No peace I find

C A7

Just an old sweet song

D7 G7 C

Keeps Georgia on my mind