Il Teorema del Triangolo e del Caffè Espresso

Il Teorema del Triangolo e del Caffè Espresso

Ettore aveva calcolato tutto. Sul suo foglio di calcolo, opportunamente battezzato Manutenzione_Preventiva_V12.xlsx, la guarnizione della sua macchina da caffè a leva del 1984 aveva ancora un’autonomia stimata di 142 erogazioni.

La realtà, come al solito poco incline alla matematica, decise diversamente al secondo secondo del flusso.

Un POP secco, simile al tiro di un tappo di spumante, e la cucina di Ettore si ritrovò istantaneamente decorata con una macchia marrone a forma di America del Sud proprio sopra il lampadario. Ettore rimase a fissare il soffitto con il cucchiaino ancora in mano, la mente già intenta a calcolare il coefficiente di assorbimento dell’intonaco.

In quel preciso istante, bussarono alla porta. Tre colpi ritmici, troppo veloci per presagire qualcosa di buono.

Era Loris, il suo vicino di casa. Settant’anni portati con la disinvoltura di chi non ha mai letto un manuale d’istruzioni in vita sua e considera la prudenza un difetto di fabbricazione.

«Ettore! Lascia stare la pittura astratta!» esclamò Loris facendosi strada in cucina e schivando per un soffio una goccia di arabica che si staccava dal Brasile. «Ho la svolta. Una roba da non crederci.»

Ettore sospirò, riponendo il cucchiaino. «Loris, se riguarda di nuovo la vendita all’asta di quei vecchi pannelli solari usati, ti ricordo che ne abbiamo ancora tre in garage e vengono usati dai gatti del quartiere come solarium.»

«Molto meglio,» disse Loris con un sorriso a trentasei denti, tirando fuori dalla tasca della giacca un foglio stropicciato. «La banda del dopolavoro della stazione smette. Vendono tutto in blocco per una miseria. Strumenti, cavi, due amplificatori a valvole e un furgone che va a speranza e benzina agricola. Ho già detto alla signora Rosa del comitato di quartiere che sabato sera ci pensiamo noi alla musica per la festa della birra.»

Ettore sbarrò gli occhi. «Noi? Loris, io suono il pianoforte da quando avevo otto anni e pretendo che uno strumento sia intonato al hertz. Tu, perdonami la franchezza, consideri il triangolo uno strumento a fiato.»

«Dettagli!» sventolò la mano Loris. «Tu ti metti alla tastiera e fai il genio della musica. Io faccio il management, la logica, le pubbliche relazioni. E poi c’è già il batterista: Romolo. Ha ottantotto anni, ma ha un senso del ritmo che sembra un orologio svizzero. Un po’ lento, ma svizzero.»

Diciotto ore dopo, Ettore si ritrovò nel suo garage, circondato da schede elettroniche smontate, cavi di rame che odoravano di soffitta del 1978 e un amplificatore che emetteva un ronzio fisso in Si bemolle.

«È un condensatore di filtro andato,» brontolò Ettore tenendo il saldatore a stilo tra le dita con la precisione di un chirurgo. «Loris, questa roba appartiene a un museo della civiltà contadina, non a un palco.»

«Funzionerà, credimi,» rispose Loris, seduto su una cassa di legno mentre tentava di accordare un basso con tre corde sole. «Il segreto nella vita non è avere la strumentazione perfetta, Ettore. È far credere alla gente che quel ronzio sia un effetto voluto. Si chiama atmosfera

Arrivò il sabato sera. Il palco della festa di quartiere era un assemblaggio precario di bancali di legno coperti da un tappeto rosso sfilacciato. L’aria profumava di salsicce alla griglia e birra alla spina.

Romolo, il batterista, era già seduto dietro i piatti con l’aria di chi attende il treno delle 18:15. Ettore, sistemata la sua tastiera su un supporto che traballava leggermente a sinistra, fece un profondo respiro. A dita spiegate, impostò un elegante accordo di Do settima maieutica.

Premette i tasti.

Dall’amplificatore saldato il giorno prima non uscì il suono di un pianoforte jazz, ma un fischio stridulo, seguito da un boato basso che fece tremare le panche di legno e far volare via un paio di tovaglioli di carta.

Il pubblico si pietrificò con i boccali a mezza strada verso la bocca.

Ettore chiuse gli occhi, sentendo un sudore freddo scendergli lungo il collo. Era il disastro perfetto, la fine di ogni logica.

Fu allora che Loris afferrò il microfono.

«Buonasera a tutti!» urlò con voce impostata. «Quello che avete appena sentito era il test delle frequenze basse. Uno studio acustico d’avanguardia per calibrare l’ambiente. E ora… un valzer!»

Romolo, senza attendere altro, attaccò un ritmo di tre quarti granitico e incrollabile. Ettore, capendo che non c’era più nulla da salvare se non la dignità, smise di pensare alla teoria, dimenticò i diagrammi di flusso e si lasciò andare. Le sue dita cominciarono a volare sui tasti, inseguendo il tempo di Romolo e coprendo le bizzarrie di un amplificatore che, a ogni battuta, aggiungeva una nota fantasma del tutto personale.

La gente, contro ogni previsione scientifica, cominciò a ballare. Prima una coppia di anziani, poi i ragazzi con le magliette macchiate di senape, e infine persino la signora Rosa, che accennò un giro su se stessa tra un tavolo e l’altro.

A mezzanotte, mentre caricavano il furgone tra le risate e i bicchieri vuoti, Loris diede una pacca sulla spalla a Ettore.

«Visto?» disse Loris, trionfante. «Che ti dicevo? La logica ti dice come dovrebbero andare le cose, ma è il caos che ti fa divertire.»

Ettore guardò le sue mani ancora sporche di stagno e la tastiera graffiata. Poi guardò il suo vicino di casa.

«Loris,» disse seriamente. «Il tuo coefficiente di incoscienza supera qualunque margine di sicurezza tollerabile.» Poi fece una pausa, sfoderando un piccolo sorriso. «Però sabato prossimo dovremmo proprio cambiare la valvola del preamplificatore. Suona troppo calda.»

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Oltre il Velo

Oltre il Velo

Per la medicina e per la gente del quartiere, la diagnosi era sempre stata semplice, pulita, archiviabile sotto una comoda etichetta clinica: schizofrenia. Ma le etichette sono il modo con cui il mondo recinta ciò che non riesce a misurare.

Jack non vedeva ombre deformi né sentiva voci minacciose. La sua non era una mente spezzata, né una gabbia di allucinazioni. Semplicemente, fin da bambino, Jack percepiva una frequenza diversa. Sovrapposta al grigio d’asfalto, al traffico sferzante e alla fretta velenosa degli uomini, per lui esisteva un’altra dimensione. Era una trama di luce soffusa, di geometrie invisibili e di un silenzio antico, un velo leggero che si stendeva sopra le cose terrene.

Crescendo, Jack aveva imparato il valore del dissimulare. Sapeva che parlare di quella dimensione avrebbe attirato solo sguardi pietosi o siringhe di sedativo. Ma dentro di sé, nella quiete delle sue notti, aveva compreso la verità: quello non era un disturbo. Era un dono d’amore, una grazia discreta che lo manteneva al sicuro dalla meschinità, dalla calunnia e dal rumore sordo del mondo umano. Un santuario privato in cui la cattiveria non poteva trovar varco.

Tuttavia, vivere su due piani di realtà può essere incredibilmente solitario. O almeno, così sarebbe stato se Jack fosse stato solo con gli uomini.

Ma non lo era.

Gli unici veri compagni della sua vita erano gli animali. Con loro non servivano parole, né finzioni. Un cane randagio, diffidente e incattivito dalle percosse, al solo vederlo camminare sul marciapiede si fermava, inclinava la testa ed eguagliava il passo. I gatti dei tetti scendevano dai cornicioni per coricarsi ai suoi piedi; perfino i passeri nei parchi si posavano sulle sue spalle senza il minimo fremito di paura.

Chissà perché…? si chiedevano i pochi che lo osservavano da lontano, attribuendo quel fenomeno a una strana e inspiegabile dote da incantatore.

La risposta era immensamente più semplice. Gli animali non vivono di concetti, di giudizi o di costrutti sociali; essi percepiscono la pura vibrazione dell’esistenza. E la vibrazione che Jack emanava non apparteneva alla griglia tesa e aggressiva di questa terra, ma alla frequenza pura e incontaminata dell’altra dimensione. Gli animali vedevano la luce invisibile che lo avvolgeva, riconoscevano in lui un’assenza totale di inganno, un’oasi di pace priva di predazione. Per loro, stare accanto a Jack era come abbeverarsi a una fonte incolpevole.

Così Jack continuò a camminare nel mondo degli uomini senza davvero appartenergli, custode di un segreto luminoso. Fuori, il rumore delle ambizioni e delle piccole bassezze quotidiane; dentro, e tutt’attorno a lui, il respiro calmo di una reame invisibile, scortato dai suoi fedeli, silenziosi compagni di viaggio.

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La filastrocca del Caldo Birbone

La filastrocca del Caldo Birbone

C’è un bel sole in mezzo al cielo

che ha mangiato pure il gelo!

Soffia un vento di maestrale,

fa un gran caldo eccezionale.

Trentadue son i gradi lassù,

volan le rondini giù nel blu.

Pesaro splende di luce e colore,

chiede alla brezza un po’ di refrigerio ed amore!

C’è un gattino all’ombra del pino

che fa un sonnellino col suo visino,

mentre i bimbi col gelato in mano

fanno un bel tuffo piano piano.

Goccia su goccia, splish e poi splash,

via la calura con un bel crash!

ACQUA fresca, fette d’anguria,

oggi la festa caccia via la furia.

Sotto l’ombrellone tutti a riposare,

mentre sorride anche il nostro mare!

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Il colore del Vuoto

Il Colore del Vuoto

Nei nebbiosi monasteri del monte Wutai, il Venerabile Maestro Baizhang era temuto e rispettato in egual misura. La sua saggezza era una lama affilata, ma il suo ego era una roccia inamovibile. Insegna ai suoi allievi che solo attraverso la devozione assoluta alla dottrina e la venerazione della sua figura avrebbero potuto intravedere la natura del Dharma.

Tra i discepoli c’era Yun, un giovane novizio dall’aria pacata, silenzioso come la rugiada al mattino. Yun non metteva mai in discussione un ordine, né alzava la voce. Ma nei suoi occhi brillava un’intelligenza viva, priva di rancore.

Un pomeriggio, durante l’ora della meditazione collettiva, il Maestro Baizhang decise di mettere alla prova la classe con uno dei suoi celebri paradossi.

Prese dalla sua veste una piccola tazza di terracotta azzurra, di rara e bellissima fattura, e la posò su un ceppo al centro della sala.

«Chi sa dirmi cos’è questo, senza chiamarla tazza e senza dire che non lo è?» tuonò il Maestro, guardando i novizi con aria di sfida. «Chi fallisce la risposta farà cento flessioni e pulirà il cortile per un mese.»

Un allievo anziano si fece avanti, tremante: «È argilla modellata che racchiude il vuoto, Venerabile.»

«Superficiale e pedante!» disse il Maestro, colpendolo leggermente con il bastone di bambù.

Un altro tentò: «È la manifestazione impermanente dell’acqua e del fuoco.»

«Filosofia da baraccone! Fuori!» replicò il Maestro.

La sala cadde in un silenzio di tomba. Nessuno osava più parlare. Il Maestro sorrise, pregustando la solita vittoria e la riconferma della sua inarrivabile superiorità spirituale.

Fu allora che Yun si alzò in piedi. Si avvicinò al Maestro con passo lento, giunse le mani al petto e fece un profondo, impeccabile inchino di venerazione.

«Maestro,» disse Yun con voce dolce e priva di qualunque arroganza, «la vostra domanda contiene già la risposta più pura. La tazza non ha un nome proprio se non quello che la vostra mente le accorda. Ma io non posso giudicare l’oggetto senza comprendere appieno l’intenzione di chi l’ha posto dinanzi a noi.»

Il Maestro incrociò le braccia, compaciuto. «Spiegati, Yun. Dimmi cosa vedi.»

Yun fece un altro inchino. Poi, con estrema delicatezza, allungò la mano, prese la tazza di terracotta, si avvicinò alla finestra aperta che dava sul precipizio della montagna e… la lasciò cadere nel vuoto.

Un secondo dopo, il suono della ceramica che si frantumava sulle rocce sottostanti risuonò nella valle.

La sala restò pietrificata. Gli altri novizi trattennero il fiato, certi che Yun sarebbe stato punito o espulso per sempre dal monastero per un simile atto di sacrilegio.

Il Maestro Baizhang balzò in piedi, il volto rosso per l’indignazione: «Sciocco! Che cosa hai fatto? Quella tazza era un prezioso capolavoro!»

Yun rimase immobile. Si inchinò di nuovo, ancora più in basso, sfiorando il pavimento con la fronte.

«Venerabile Maestro,» disse Yun con profonda umiltà. «Finché quella tazza restava intera sul ceppo, essa non era solo una tazza: era diventata il vostro orgoglio, la trappola del nostro timore e il simbolo della vostra superiorità su di noi. Non potevamo definirla perché il vostro ego la proteggeva. Ora che è distrutta, non è più niente. Ed è proprio nel niente che risiede la vera natura dello Zen, come voi ci insegnate ogni giorno.»

Yun si rialzò, tenendo lo sguardo basso in segno di sottomissione.

«Vi ringrazio, Maestro, per avermi mostrato quanto sia facile attaccarsi a un oggetto, o a un ruolo, fino a dimenticare la vacuità di tutte le cose.»

Il Maestro Baizhang aprì la bocca per gridare, ma le parole gli si fermarono in gola.

Guardò il novizio. Guardò il ceppo vuoto. Guardò la finestra da cui saliva il sibilo del vento.

In un solo istante, la lezione era stata ribaltata: l’allievo non aveva usato la forza, non aveva mancato di rispetto, né si era mostrato superbo. Aveva semplicemente applicato l’insegnamento del Maestro meglio del Maestro stesso, smascherandone l’attaccamento all’autorità e all’oggetto.

Il silenzio nella sala si fece denso. Il Venerabile chiuse gli occhi per un lungo momento. Quando li riaprì, il rosso del suo volto si era spento, sostituito da una strana, inconsueta luce di consapevolezza.

Il Maestro Baizhang sospirò, si accomodò di nuovo sul suo cuscino e fece un lento cenno del capo verso Yun.

«Il cortile…» disse il Maestro con voce pacata, «…oggi lo pulirò io. E tu, Yun, domani siederai al mio posto per la lezione.»

Yun si inchinò un’ultima volta, senza dire una parola, e tornò al suo cuscino.

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Le parole hanno un’anima

Le parole hanno un’anima

Il foglio bianco sulla scrivania non era un foglio: era uno specchio teso sopra un abisso.

Ettore posò la penna stilografica sul legno scheggiato del tavolo. La notte fuori non faceva rumore, ma dentro quella stanza la carta tremava. Non per il vento, ma per la pressione di quello che c’era scritto.

Chiunque dicesse che la scrittura è solo inchiostro essiccato sulla cellulosa non aveva mai imparato a leggere davvero.

Prese tra le dita la prima pagina del manoscritto che gli era stato consegnato il pomeriggio stesso. Nessun nome sulla copertina, nessuna dedica, nessuna nota biografica. Solo righe nere infittite, tracciate con una grafia spigolosa, a tratti incisa così a fondo da aver quasi perforato la carta.

Iniziò a leggere la prima riga.

Non fu una lettura visiva, fu un impatto. Tra le parole “Non tornare mai più” non c’era soltanto una coordinata sintattica: c’era un urlo lacerante, un grido sordo che frustava l’aria della stanza. Ettore serrò i denti, quasi a doversi proteggere da quel suono invisibile. La sintassi era spezzata, tronca, priva di virgole nei punti giusti, come il fiato di chi sta correndo a perdifiato con i polmoni in fiamme per la rabbia. Era odio purissimo, distillato in sostantivi e verbi che percuotevano il timpano della mente come colpi di maglio.

Poi, improvvisamente, la pagina successiva cambiò ritmo.

I periodi si fecero lunghi, distesi, quasi sospesi. Tra un punto fermo e l’altro si aprivano spazi bianchi ampi, voragini di margine non scritto in cui il lettore sprofondava. Lì dentro non c’era rumore. C’era il silenzio irreale che segue un addio, quel vuoto denso in cui anche il respiro sembra un sacrilegio. Ettore dovette rallentare la lettura, trattenendo il fiato per non spezzare l’incanto fragile di quella pagina. Le parole non spiegavano il dolore: lo ricreavano nella stanza, goccia a goccia, come il pianto lento e ininterrotto di chi non ha più neanche la forza di disperarsi.

Continuò a voltare i fogli. E la carta, meravigliosa e tremenda, continuò a trasformarsi.

A metà del racconto le frasi cominciarono a rincorrersi. Un’aggettivazione liquida, luminosa, un susseguirsi di consonanti dolci e vocali aperte che danzavano sul foglio. Non c’erano note musicali tracciate sul pentagramma, eppure dalla pagina saliva un’armonia inconfondibile: un tempo in quattro quarti, un ritmo sincopato di risate, di passi leggeri sulla strada, di dita che s’intrecciano al buio. C’era la musica di una gioia improvvisa, di quelle che fanno battere il petto, e c’era l’amore — non quello narrato come un concetto, ma quello presente, fisico, vivo nella scelta esatta di ogni singolo vocabolo.

Ettore staccò gli occhi dal testo e si appoggiò allo schienale della sedia. Aveva le mani fredde, il cuore che batteva a un ritmo non suo.

Il racconto non parlava di un’orchestra, né di urla nella notte, né di lacrime sul viso. Non descriveva nulla di tutto questo in modo esplicito. Eppure, attraverso l’architettura invisibile delle frasi, la pressione del tratto, la tensione dei verbi e il respiro dei punti fermi, l’autore aveva intrappolato un’intera esistenza tra quei margini.

Rilesse l’ultima riga, dove la tensione si scioglieva in un accordo perfetto di serenità.

Nero su bianco, sì. Soltanto inchiostro. Ma chiunque avesse il coraggio di appoggiare l’orecchio a quella pagina avrebbe sentito il battito di un cuore umano. Perché le parole non raccontano soltanto la vita: se scritte con la carne, le parole la custodiscono. Le parole hanno un’anima.

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Per sempre felice

Per sempre felice

Il piccolo Siddhartha sognava spesso una porta chiusa.

Nel suo sogno, la porta non era fatta di legno o metallo, ma d’ombra. Oltre quel limite, il mondo taceva, mentre qua, dentro il palazzo di Kapilavastu, tutto era un’esplosione continua di vita, colori e suoni. Il re Suddhodana, suo padre, aveva preteso per lui un regno privo di rughe. Nel palazzo reale non era permessa la foglia secca, non era concesso il fiore appassito, e perfino i servi venivano sostituiti al primo cenno di stanchezza o di grigio tra i capelli.

«Mio principe,» gli dicevano i precettori, mettendogli tra le mani giocattoli scolpiti nell’avorio e frutti dolcissimi venuti da lontanissimo, «questo palazzo è stato costruito per fare in modo che tu sia per sempre felice.»

Siddhartha sorrideva, ma il suo non era il sorriso distratto degli altri bambini. Era un sorriso curioso, che guardava oltre la superficie delle cose. Aveva sette anni quando vide per la prima volta cadere un piccolo nido di rondini dal cornicione del cortile interno.

Tre piccoli giacevano a terra. Due non si muovevano più; il terzo batteva debolmente le ali.

Siddhartha si inginocchiò. Raccolse il piccolo sopravvissuto tra le mani minute, avvertendo il battito frenetico di quel cuoricino spaventato. In quel preciso istante, la barriera invisibile eretta da suo padre si incrinò. Per la prima volta, il principe comprese che il dolore non era un intruso che si poteva chiudere fuori dalle mura del palazzo con guardie e chiavi d’oro: era qualcosa che faceva parte dell’aria stessa che tutti respiravano.

Il cugino Devadatta, sopraggiunto poco dopo con un piccolo arco tra le mani, ridacchiò: «È la legge della natura, Siddhartha. I forti vivono, i deboli cadono. Lascialo andare, o finisci per rattristarti. Il re vuole che tu sia felice.»

Siddhartha non rispose. Scaldò l’uccellino tra i palmi finché le ali non smisero di tremare, poi lo adagiò delicatamente su un ramo basso di gelsomino.

Crescendo, il principe divenne un giovane uomo distinto, abile nelle arti, nella logica e nel discorso, amato da tutti per la sua straordinaria dolcezza. Eppure, più le mura del palazzo venivano dipinte a festa per nascondere la polvere, più egli avvertiva l’artificio di quella perfezione. La felicità che gli avevano confezionato era come un frutto tagliato: bellissimo a vedersi, ma destinato lentamente a marcire se staccato dall’albero della realtà.

Una notte, dopo una lunga giornata di canti e danze indette in suo onore, Siddhartha uscì sul balcone a guardare la luna che illuminava i giardini. Il silenzio era profondo, interrotto solo dal fruscio del vento tra le fronde.

Capì allora che il desiderio di suo padre—quel “per sempre felice” promesso alla sua nascita—non era un errore, ma era semplicemente incompleto. Non si poteva essere felici fuggendo la fragilità della vita, né nascondendo l’invecchiare, la malattia o la fine. La vera felicità non poteva essere una fortezza che ti isola dal mondo, ma doveva diventare una stanza priva di pareti, capace di accogliere ogni cosa senza averne paura.

Guardò la strada scura che si snodava oltre i cancelli del palazzo. Il bambino che aveva scaldato il piccolo uccellino caduto dal nido era diventato grande, e ora sapeva cosa doveva cercare.

Non una felicità protetta dall’illusione, ma una pace così grande da superare persino le tempeste del mondo. E mentre muoveva i primi passi verso il cancello, Siddhartha sorrise di nuovo, pronto a scoprire cosa significasse davvero essere felici. Per sempre.

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Il bambino che non sapeva piangere

Il bambino che non sapeva piangere

C’era qualcosa di strano negli occhi di Pietro. Non nel colore, che era quello della terra bagnata in autunno, e nemmeno nella forma. La stranezza stava nell’asciutto.

Mentre gli altri bambini sbucciavano le ginocchia sull’asfalto del cortile e prorompevano in acuti singhiozzi da cui sgorgavano lacrime rapide, Pietro si limitava a fissare la ferita. Osservava il sangue farsi strada tra la polvere, sentiva il bruciore acuto salire lungo la gamba, ma le sue palpebre rimanevano immobili, asciutte come foglie d’agosto.

I medici dicevano che era una questione di dotti lacrimali, una piccola anomalia senza importanza. I compagni di scuola, con la crudeltà innocente dell’infanzia, sussurravano che Pietro fosse fatto di pietra.

Ma Pietro non era di pietra. Anzi, dentro di sé accumulava tutto. Ogni ingiustizia subita, ogni rprovero, ogni bellezza improvvisa — il volo basso di una rondine prima del temporale, il suono di una fisarmonica in lontananza, la malinconia di un tramonto che spegneva i tetti — non trovava mai una via d’uscita. Senza lacrime, le emozioni restavano bloccate al centro del petto, come un peso pesante e silenzioso.

Per compensare, Pietro aveva imparato ad ascoltare. Quando la tristezza bussava alla sua porta, non potendo piangere, si sedeva vicino al vecchio pianoforte verticale che il nonno aveva lasciato nel corridoio. Appoggiava le dita sui tasti ingialliti dal tempo e cercava una nota. Se era arrabbiato, scuoteva i bassi con accordi dissonanti; se era malinconico, sfiorava i tasti alti, lasciando che il suono vibrasse nell’aria fino a svanire.

Il pianoforte era diventato il suo canale di scolo. La musica piangeva al posto suo.

Un pomeriggio di fine ottobre, la città fu avvolta da una nebbia fitta, di quelle che inghiottiscono i rumori e rendono i contorni indistinti. Pietro, che ormai aveva dodici anni, stava tornando a casa a passi lenti quando, nei pressi del parco, sentì un lamento sottile.

Tra le radici esposte di un grande leccio c’era un cucciolo di cane, piccolo, fradicio e tremante. Pietro si inginocchiò. Il cane aveva una zampa ferita e gli occhi pieni di un terrore antico. Pietro allungò la mano con cautela; l’animale non ringhiò, ma si raggomitolò contro il suo palmo, cercando un calore che gli veniva negato da chissà quanti giorni.

Pietro lo prese in braccio, infilandolo sotto la giacca. Sentiva il battito cardiaco del cucciolo, veloce e irregolare come il ritmo di una batteria improvvisata. In quel momento, nel silenzio della nebbia, Pietro provò un’ondata di compassione così forte da fargli quasi mancare il respiro. Sentì il peso accumulato in tutti quegli anni salire lungo la gola, premere dietro la fronte, spingere contro la parte posteriore degli occhi.

Sua madre lo vide entrare in casa con la giacca gonfie ed evocate risposte severe, ma si fermò sul colpo.

Pietro era fermo nell’ingresso. Tra le mani teneva il cane avvolto in un panno asciutto. Ma non fu il cane a catturare l’attenzione della donna.

Sul viso di Pietro, per la prima volta nella sua vita, c’era una scia lucida. Una singola goccia era scivolata lungo la guancia destra, lentamente, fermandosi sull’angolo della bocca. Non era una lacrima di dolore, né di rabbia. Era una lacrima d’empatia, nata non dal bruciore delle proprie ferite, ma dal desiderio di guarire quelle di un altro.

Pietro si toccò la guancia con il dito, sorpreso da quella strana umidità. Poi sorrise. Aveva scoperto che per piangere non serviva soffrire: bastava smettere di essere soli.

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Filastrocca di Round Midnight

Filastrocca di Round Midnight

Tutte le notti intorno alle docici,
un gran fracasso, bastonate, e via medici.

Il giorno è passato la notte arriva
e tutti gli animali si cambiano col pigiama.

Ma dopo la mezzanotte il bosco si fa fatato
ed altri animali trotterellanti compaion sul prato.

Che sarà mai tutto questo fracasso ?
Forse qualcuno si è tolto l’imbarazzo…

Chi va chi viene ma c’è sempre chi dorme!
Il ghiro ad esempio si gira con doglie.

Un gufo borbotta non è poi contento
che mentre tutti dormon a lui tocca stare attento.

Che vita pesante ed affatto rilassante
ma il cuore è leggerero se l’amor hai nella mente.

Il cuore è leggero non v’è alcun pensiero
se resti tranquillo ti giri, e sii fiero!

Andrea Bianchini 2026.

Ciao! Che chicca questa filastrocca: ha quel giusto mix di caos, ironia e dolcezza che la rende un piacere da analizzare.

Ecco un’analisi dettagliata della “Filastrocca di Round Midnight” di Andrea Bianchini, strutturata nei suoi aspetti chiave.

1. Tematica e Significato

La filastrocca gioca sul contrasto tra il giorno e la notte, ma con un ribaltamento divertente: la notte, che dovrebbe essere il momento della quiete e del riposo (gli animali mettono il pigiama), si trasforma invece dopo la mezzanotte (Round Midnight, citando il celebre brano jazz di Thelonious Monk) in un teatro di caos, magia e movimento.

  • Il caos notturno: C’è chi fa baccano, chi va e chi viene, chi cerca di dormire ma viene disturbato.
  • La morale finale: Nonostante il caos del mondo esterno o i piccoli fastidi della vita (rappresentati dal gufo scontento o dal ghiro agitato), la vera pace arriva da dentro. Se c’è l’amore nei pensieri e la serenità nel cuore, tutto diventa leggero.

2. Struttura e Metrica

La poesia è composta da 8 distici (coppie di versi), per un totale di 16 versi.

  • Ritmo: È volutamente scanzonato e “zoppicante”. L’autore non cerca la perfezione della metrica classica; al contrario, varia la lunghezza dei versi per dare un’idea di movimento frenetico, quasi “trotterellante”, proprio come gli animali di cui parla.
  • Schema di rime: Presenta un’alternanza tra rime baciate tradizionali e assonanze/rime imperfette:
    • docici / medici (Rima imperfetta / sdrucciola)
    • arriva / pigiama (Assonanza)
    • fatato / prato (Rima baciata perfetta: AA)
    • fracaso / imbarazzo (Rima/Assonanza imperfetta)
    • dorme / doglie (Assonanza)
    • contento / attento (Rima baciata perfetta: BB)
    • rilassante / mente (Rima alternata imperfetta/Assonanza)
    • pensiero / fiero (Rima baciata perfetta: CC)

3. Personaggi e Simboli

Personaggio / ElementoSignificato / Ruolo nel testo
Il Bosco “fatato”Rappresenta la trasformazione della realtà quando scatta la mezzanotte.
Il GhiroIncarna il tentativo di riposare a tutti i costi, ma con difficoltà (“si gira con doglie”).
Il GufoRappresenta la responsabilità, il dovere di stare all’erta mentre gli altri si divertono o dormono, portando un tocco di comica insofferenza.
L’Amore / Il Cuore leggeroLa chiave di lettura finale: il rifugio interiore contro il caos esterno.

4. Stile e Linguaggio

Lo stile è giocoso, immediato e surreale:

  • Uso dell’ironia: Espressioni come “bastonate, e via medici” o il refuso poetico “fracaso” accentuano il tono da commedia o da cartone animato.
  • Linguaggio colloquiale e infantile: L’immagine degli animali che si mettono il pigiama crea subito un’atmosfera familiare e fiabesca.
  • Crescendo emozionale: Si parte dal rumore sordo e comico dell’inizio (fracasso, bastonate) per arrivare gradualmente a una chiusa intima, quasi filosofica e rassicurante.

In sintesi: Una filastrocca vivace che usa la favola degli animali notturni per ricordarci che, anche quando fuori c’è confusione o il dovere ci pesa, la vera tranquillità dipende da come custodiamo il nostro cuore.

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