La filastrocca del Caldo Birbone

La filastrocca del Caldo Birbone

C’è un bel sole in mezzo al cielo

che ha mangiato pure il gelo!

Soffia un vento di maestrale,

fa un gran caldo eccezionale.

Trentadue son i gradi lassù,

volan le rondini giù nel blu.

Pesaro splende di luce e colore,

chiede alla brezza un po’ di refrigerio ed amore!

C’è un gattino all’ombra del pino

che fa un sonnellino col suo visino,

mentre i bimbi col gelato in mano

fanno un bel tuffo piano piano.

Goccia su goccia, splish e poi splash,

via la calura con un bel crash!

ACQUA fresca, fette d’anguria,

oggi la festa caccia via la furia.

Sotto l’ombrellone tutti a riposare,

mentre sorride anche il nostro mare!

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Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2o26.

Il colore del Vuoto

Il Colore del Vuoto

Nei nebbiosi monasteri del monte Wutai, il Venerabile Maestro Baizhang era temuto e rispettato in egual misura. La sua saggezza era una lama affilata, ma il suo ego era una roccia inamovibile. Insegna ai suoi allievi che solo attraverso la devozione assoluta alla dottrina e la venerazione della sua figura avrebbero potuto intravedere la natura del Dharma.

Tra i discepoli c’era Yun, un giovane novizio dall’aria pacata, silenzioso come la rugiada al mattino. Yun non metteva mai in discussione un ordine, né alzava la voce. Ma nei suoi occhi brillava un’intelligenza viva, priva di rancore.

Un pomeriggio, durante l’ora della meditazione collettiva, il Maestro Baizhang decise di mettere alla prova la classe con uno dei suoi celebri paradossi.

Prese dalla sua veste una piccola tazza di terracotta azzurra, di rara e bellissima fattura, e la posò su un ceppo al centro della sala.

«Chi sa dirmi cos’è questo, senza chiamarla tazza e senza dire che non lo è?» tuonò il Maestro, guardando i novizi con aria di sfida. «Chi fallisce la risposta farà cento flessioni e pulirà il cortile per un mese.»

Un allievo anziano si fece avanti, tremante: «È argilla modellata che racchiude il vuoto, Venerabile.»

«Superficiale e pedante!» disse il Maestro, colpendolo leggermente con il bastone di bambù.

Un altro tentò: «È la manifestazione impermanente dell’acqua e del fuoco.»

«Filosofia da baraccone! Fuori!» replicò il Maestro.

La sala cadde in un silenzio di tomba. Nessuno osava più parlare. Il Maestro sorrise, pregustando la solita vittoria e la riconferma della sua inarrivabile superiorità spirituale.

Fu allora che Yun si alzò in piedi. Si avvicinò al Maestro con passo lento, giunse le mani al petto e fece un profondo, impeccabile inchino di venerazione.

«Maestro,» disse Yun con voce dolce e priva di qualunque arroganza, «la vostra domanda contiene già la risposta più pura. La tazza non ha un nome proprio se non quello che la vostra mente le accorda. Ma io non posso giudicare l’oggetto senza comprendere appieno l’intenzione di chi l’ha posto dinanzi a noi.»

Il Maestro incrociò le braccia, compaciuto. «Spiegati, Yun. Dimmi cosa vedi.»

Yun fece un altro inchino. Poi, con estrema delicatezza, allungò la mano, prese la tazza di terracotta, si avvicinò alla finestra aperta che dava sul precipizio della montagna e… la lasciò cadere nel vuoto.

Un secondo dopo, il suono della ceramica che si frantumava sulle rocce sottostanti risuonò nella valle.

La sala restò pietrificata. Gli altri novizi trattennero il fiato, certi che Yun sarebbe stato punito o espulso per sempre dal monastero per un simile atto di sacrilegio.

Il Maestro Baizhang balzò in piedi, il volto rosso per l’indignazione: «Sciocco! Che cosa hai fatto? Quella tazza era un prezioso capolavoro!»

Yun rimase immobile. Si inchinò di nuovo, ancora più in basso, sfiorando il pavimento con la fronte.

«Venerabile Maestro,» disse Yun con profonda umiltà. «Finché quella tazza restava intera sul ceppo, essa non era solo una tazza: era diventata il vostro orgoglio, la trappola del nostro timore e il simbolo della vostra superiorità su di noi. Non potevamo definirla perché il vostro ego la proteggeva. Ora che è distrutta, non è più niente. Ed è proprio nel niente che risiede la vera natura dello Zen, come voi ci insegnate ogni giorno.»

Yun si rialzò, tenendo lo sguardo basso in segno di sottomissione.

«Vi ringrazio, Maestro, per avermi mostrato quanto sia facile attaccarsi a un oggetto, o a un ruolo, fino a dimenticare la vacuità di tutte le cose.»

Il Maestro Baizhang aprì la bocca per gridare, ma le parole gli si fermarono in gola.

Guardò il novizio. Guardò il ceppo vuoto. Guardò la finestra da cui saliva il sibilo del vento.

In un solo istante, la lezione era stata ribaltata: l’allievo non aveva usato la forza, non aveva mancato di rispetto, né si era mostrato superbo. Aveva semplicemente applicato l’insegnamento del Maestro meglio del Maestro stesso, smascherandone l’attaccamento all’autorità e all’oggetto.

Il silenzio nella sala si fece denso. Il Venerabile chiuse gli occhi per un lungo momento. Quando li riaprì, il rosso del suo volto si era spento, sostituito da una strana, inconsueta luce di consapevolezza.

Il Maestro Baizhang sospirò, si accomodò di nuovo sul suo cuscino e fece un lento cenno del capo verso Yun.

«Il cortile…» disse il Maestro con voce pacata, «…oggi lo pulirò io. E tu, Yun, domani siederai al mio posto per la lezione.»

Yun si inchinò un’ultima volta, senza dire una parola, e tornò al suo cuscino.

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