Per sempre felice

Per sempre felice

Il piccolo Siddhartha sognava spesso una porta chiusa.

Nel suo sogno, la porta non era fatta di legno o metallo, ma d’ombra. Oltre quel limite, il mondo taceva, mentre qua, dentro il palazzo di Kapilavastu, tutto era un’esplosione continua di vita, colori e suoni. Il re Suddhodana, suo padre, aveva preteso per lui un regno privo di rughe. Nel palazzo reale non era permessa la foglia secca, non era concesso il fiore appassito, e perfino i servi venivano sostituiti al primo cenno di stanchezza o di grigio tra i capelli.

«Mio principe,» gli dicevano i precettori, mettendogli tra le mani giocattoli scolpiti nell’avorio e frutti dolcissimi venuti da lontanissimo, «questo palazzo è stato costruito per fare in modo che tu sia per sempre felice.»

Siddhartha sorrideva, ma il suo non era il sorriso distratto degli altri bambini. Era un sorriso curioso, che guardava oltre la superficie delle cose. Aveva sette anni quando vide per la prima volta cadere un piccolo nido di rondini dal cornicione del cortile interno.

Tre piccoli giacevano a terra. Due non si muovevano più; il terzo batteva debolmente le ali.

Siddhartha si inginocchiò. Raccolse il piccolo sopravvissuto tra le mani minute, avvertendo il battito frenetico di quel cuoricino spaventato. In quel preciso istante, la barriera invisibile eretta da suo padre si incrinò. Per la prima volta, il principe comprese che il dolore non era un intruso che si poteva chiudere fuori dalle mura del palazzo con guardie e chiavi d’oro: era qualcosa che faceva parte dell’aria stessa che tutti respiravano.

Il cugino Devadatta, sopraggiunto poco dopo con un piccolo arco tra le mani, ridacchiò: «È la legge della natura, Siddhartha. I forti vivono, i deboli cadono. Lascialo andare, o finisci per rattristarti. Il re vuole che tu sia felice.»

Siddhartha non rispose. Scaldò l’uccellino tra i palmi finché le ali non smisero di tremare, poi lo adagiò delicatamente su un ramo basso di gelsomino.

Crescendo, il principe divenne un giovane uomo distinto, abile nelle arti, nella logica e nel discorso, amato da tutti per la sua straordinaria dolcezza. Eppure, più le mura del palazzo venivano dipinte a festa per nascondere la polvere, più egli avvertiva l’artificio di quella perfezione. La felicità che gli avevano confezionato era come un frutto tagliato: bellissimo a vedersi, ma destinato lentamente a marcire se staccato dall’albero della realtà.

Una notte, dopo una lunga giornata di canti e danze indette in suo onore, Siddhartha uscì sul balcone a guardare la luna che illuminava i giardini. Il silenzio era profondo, interrotto solo dal fruscio del vento tra le fronde.

Capì allora che il desiderio di suo padre—quel “per sempre felice” promesso alla sua nascita—non era un errore, ma era semplicemente incompleto. Non si poteva essere felici fuggendo la fragilità della vita, né nascondendo l’invecchiare, la malattia o la fine. La vera felicità non poteva essere una fortezza che ti isola dal mondo, ma doveva diventare una stanza priva di pareti, capace di accogliere ogni cosa senza averne paura.

Guardò la strada scura che si snodava oltre i cancelli del palazzo. Il bambino che aveva scaldato il piccolo uccellino caduto dal nido era diventato grande, e ora sapeva cosa doveva cercare.

Non una felicità protetta dall’illusione, ma una pace così grande da superare persino le tempeste del mondo. E mentre muoveva i primi passi verso il cancello, Siddhartha sorrise di nuovo, pronto a scoprire cosa significasse davvero essere felici. Per sempre.

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