L’uomo dei terremoti

La pioggia batteva insistente sulle tegole dell’osteria di Montefiore, un piccolo borgo arroccato sull’Appennino dove il tempo sembrava essersi fermato. All’interno, il profumo di legna bruciata e vino rosso copriva l’odore di umidità che saliva dalle mura in pietra.

In un angolo, lontano dal vocio dei pochi avventori, sedeva un uomo dall’età indefinibile. Aveva mani enormi, nodose come radici d’ulivo, e occhi d’un grigio profondo che parevano riflettere una stanchezza millenaria. La gente del posto lo chiamava l’Uomo dei Terremoti.

Nessuno conosceva il suo vero nome, ma tutti in paese sapevano della sua maledizione. Non era lui a causare i tremori della terra; ne era, piuttosto, il custode inascoltato.

Quando la crosta terrestre cominciava ad agitarsi nelle profondità della roccia, un suono cupo e vibrante incominciava a risuonare nella sua testa. Non era un rumore udibile dalle orecchie, ma una frequenza spaventosa che gli faceva tremare le ossa e contrarre i muscoli. Più la terra accumulava tensione, più il suo corpo diventava pesante, solcato da spasmi involontari.

Aquilino — questo era il nome che si era dato nell’ultimo secolo — posò il calice di terracotta sul tavolo di legno. Le nocche gli si sbiancarono. I bicchieri sulle mensole dell’osteria non si muovevano ancora, ma per lui il mondo stava già oscillando ferocemente.

«Sta arrivando» mormorò tra sé, sentendo il nucleo della terra premere contro le sue vertebre.

Si alzò a fatica, lasciando sul tavolo un paio di monete, ed uscì nella notte battuta dal vento. Camminò fino al punto più alto del borgo, dove la vista spaziava sulle colline e sulle vallate buie. Si inginocchiò sul terreno bagnato e piantò i palmi delle mani nella terra viva.

L’urto sotterraneo salì come un’onda. Aquilino chiuse gli occhi e incanalò quella forza devastante dentro di sé. Ogni faglia che si spezzava sotto i monti cercava una via di fuga, e lui faceva da ponte, assorbendo l’impatto con il proprio corpo per addolcirne la furia in superficie. Sentì le costole scricchiolare, i polmoni bruciare come se inghiottissero cenere viva, e il cuore battere al ritmo sismico delle zolle tettoniche.

Gridò nel buio, un urlo inghiottito dal ruggito del vento.

Sotto il paese, la terra sussultò appena: una breve scossa, poco più di un brivido che fece abbaiare i cani e oscillare i lampadari nelle case. Nessun muro crollò, nessuna pietra si staccò dalle facciate medievali.

All’alba, la pioggia aveva smesso di cadere. Il borgo di Montefiore si risvegliò intatto, ignaro di ciò che era stato sventato nell’ombra.

In cima alla collina, la terra recava solo due impronte profonde nel fango. Di Aquilino non c’era più traccia, se non per un sasso levigato rimasto lì dove si era inginocchiato: una pietra calda al tatto, che batteva piano, al ritmo lento e tranquillo del cuore della terra.

Gemini 2026.
Andrea Bianchini 2026.